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09
Set
11

Contagion. In ansia per le nostre vite appese a un filo

Voto: 7 (su 10)

In principio era Hitchcock. Era stato proprio lui, per la prima volta, a scioccare eliminando a sorpresa la sua protagonista dopo le prime scene del film, in Psycho. Contagion, il nuovo film di Steven Soderbergh presentato al Festival di Venezia fuori concorso, prende questo schema e lo moltiplica: è pieno di stelle, e fin dalle prime scene capiamo che chiunque, anche i protagonisti, anche quelli interpretati dalle star, possono morire in seguito al contagio di un terribile virus. Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Marion Cotillard, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Elliott Gould: nessuno di loro ha la salvezza assicurata. L’ansia e la tensione narrativa di Contagion nascono proprio da questo, da chi si salverà e da chi rimarrà in vita. E ovviamente dal tema trattato: quello delle epidemie, forse il pericolo più ineluttabile che ciascuno di noi possa temere. Tutto inizia quando una donna torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, e dopo due giorni muore all’improvviso. In breve tempo molte altre persone presentano gli stessi sintomi: tosse secca, febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. E poi la morte.

È un film ad alto tasso di suggestione, questo Contagion. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente, dalle convulsioni, alla schiuma bianca alla bocca, fino a un cranio aperto per un’autopsia. L’inizio è scioccante, e la gente muore in serie al ritmo frenetico scandito dalla colonna sonora techno. L’evoluzione del contagio è scandita dalle scritte in sovraimpressione che indicano i giorni che passano da quando il virus si presenta: partiamo dal giorno 2, perché nessuno sa cosa sia accaduto nel giorno 1. Lo scopriremo alla fine. Come in ogni film catastrofico che si rispetti, l’azione si svolge su scala globale: Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Los Angeles.

Rispetto ai classici dei film sulle epidemie (Virus letale, per fare un esempio), Contagion ha il pregio – oltre all’estremo realismo – di affrontare la questione dai più svariati punti di vista: con una costruzione alla Altman, si passa dalle storie dei malati al punto di vista della ricerca, dalla strategia dell’informazione ufficiale, divisa tra la necessità di dare sicurezza e quella di evitare il panico, degli organi della sanità alle notizie date dai giornalisti indipendenti dei blog, fino agli interessi delle case farmaceutiche. Fino agli effetti collaterali, come le folle impazzite che prendono d’assalto supermercati e farmacie, quelle folle inferocite che diventano un soggetto altro dalle persone che le compongono, di cui raccontava già Manzoni ne I promessi sposi.

Contagion è un film tremendamente efficace ed efficacemente tremendo, nel senso di pauroso. Ed è forse il film migliore di Soderbergh, quello, nella sua eclettica carriera, più vicino a Traffic, per come mescola intrattenimento e contenuti. Lo ricorda anche l’utilizzo di una fotografia dai colori lividi, che passano dal giallognolo al blu, a evocare malattia e desolazione. A proposito di Hitchcock: proprio il regista inglese, finché era in attività, era considerato soprattutto un artista da intrattenimento, e solo dopo è stato considerato Autore, per la maestria con cui ha padroneggiato la macchina cinema. Forse i posteri ci daranno una risposta su Soderbergh. Per ora, più che nei suoi film autoriali, il regista di Sesso, bugie e videotape ci pare bravissimo quando fa intrattenimento, in film come questo ancora di più che nella goliardia dei suoi Ocean. Con Contagion riesce a tenerci in ansia per due ore. Per le vite dei protagonisti, ma anche per le nostre, rendendoci consapevoli di come siano appese a un filo. E di come – lo vediamo nel finale, con la ricostruzione del giorno 1 del virus, dopo che la voce salvifica di Bono ci ha regalato un po’ di speranza con All I Want Is You – siano davvero regolate dal Caso.

Da vedere perché: è un film ad alto tasso di suggestione. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente.

 

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07
Nov
09

L’uomo che fissa le capre. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10)

caprePensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è L’uomo che fissa le capre, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di Gerorge Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo). L’uomo che fissa le capre diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), L’uomo che fissa le capre è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: Diverte con una comicità stralunata, avvince come una spy-story. E’ l’ultimo sberleffo a Bush

(Pubblicato su Movie Sushi)

08
Set
09

Venezia 66. The Men Who Stare At Goats. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10) 

gostsPensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è The Men Who Stare At Goats, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di George Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo “gli uomini che fissano le capre”). The Men Who Stare At Goats diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), The Men Who Stare At Goats è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: è l’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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