Posts Tagged ‘alieni

19
Ott
11

Cowboys & Aliens. Western e fantascienza insieme? Mah…

Voto: 6 (su 10)

Provate a pensare di mettere insieme 007 e Indiana Jones. Pensate di mescolare Sentieri selvaggi e Indipendence Day. Impossibile? Proviamo a raccontarvelo. Cowboys & Aliens mette insieme Daniel Craig e Harrison Ford, i protagonisti di Casino Royale e I predatori dell’arca perduta, e lo fa in un film che mescola il western alla fantascienza (come chiamare il nuovo genere? West-Sci-Fi?). Cowboys & Aliens, tratto da un fumetto e comprato dai produttori già in base al titolo, è un film che vive di doppi apparentemente inconciliabili. È la storia di uno straniero (Craig), che si sveglia all’improvviso senza memoria. Ha dei ricordi molto vaghi, e un misterioso bracciale al polso, che non riesce a togliere. Arriva nella città di Absolution, New Mexico, dove impazza il tirannico Colonnello Dolarhyde (Ford). I due sembrano scontrarsi, ma dovranno unire le loro forze, aiutati dalla misteriosa Ellie, (Olivia Wilde), davanti a un pericolo molto più grande. Dobbiamo dirvi qual è? È già nel titolo del film…

Cowboys & Aliens, per almeno trenta minuti, va in scena come un classico western, con Daniel Craig nella parte dello “straniero”, del “buono”, il Clint Eastwood dei film di Leone per capirci, il solitario che arriva in città, non ha paura di nessuno, e prova a comportarsi in modo giusto, a mettere a posto le cose. È lui il protagonista del film. Harrison Ford, per contro, ha un ruolo molto particolare, a metà tra l’antagonista (“il cattivo”, per dirla alla Leone) e il coprotagonista. Un ruolo interessante, che gli permette da uscire dai suoi percorsi classici, e gli apre nuovi scenari, nuovi ruoli più complessi, da “vecchio”, in cui ci piacerebbe vederlo in futuro. In questo film, intanto, il suo broncio e la sua espressione da “brontolo” ci stanno a meraviglia.

Se 007 e Indy insieme funzionano, altrettanto non si può dire dell’altra combinazione, quella tra western e fantascienza. Melange originale e coraggioso, va detto, ma che qui appare un po’ come una fusione a freddo, dove i due generi non si compenetrano appieno per creare qualcosa di nuovo, ma restano ognuno sulle sue posizioni. Non c’è insomma una visione nuova, un nuovo genere contaminato, ma delle “strisce” di western e fantascienza che si alternano. Parliamo di strisce non a caso, perché il film è tratto da un fumetto. E l’altro difetto del film sta proprio qui, nella bidimensionalità dei personaggi. Non ci si affeziona, e non si segue il film con trepidazione. Anche se Jon Favreau, il regista, prova a metterci qualche sorpresa e qualche bella inquadratura, ma non riesce a trovare l’ironia e il ritmo dei suoi Iron Man, il film non decolla mai veramente.

Da vedere perché: è un coraggioso mix di western e fantascienza. Anche se i due generi non si legano alla perfezione e i personaggi restano quelli di un fumetto, bidimensionali

 

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22
Gen
10

Il quarto tipo. Incontri ravvicinati…tra cinema e realtà

Voto: 5 (su 10)

C’erano una volta gli Incontri ravvicinati del terzo tipo, quelli raccontati da Spielberg nel suo film del 1977. Ora al cinema arrivano quelli del quarto, ne Il quarto tipo (The Fourth Kind). Se in una scala di valutazione gli incontri del terzo tipo con gli extraterrestri sono quelli, come sappiamo bene dal famoso film, in cui si stabilisce un contatto, quelli del quarto tipo hanno a che fare con un rapimento da parte degli alieni. Ed è di questo che si parla in questo curioso film. Visti da un’ottica molto particolare, quella di una psicologa, tale Abigail Tyler, che conducendo delle ricerche sui disordini del sonno, e trattando dei pazienti sotto ipnosi, si è imbattuta in dei comportamenti  che suggerivano incontri con dei non-umani.

Ma è l’incontro del cinema con la realtà l’aspetto interessante di questo film. Che segue un filone ben noto, inaugurato da The Blair Witch Project, continuato con Rec, Cloverfield e l’imminente Paranormal Activity. Quello di dare alla storia che stiamo guardando una parvenza di realtà, attraverso l’uso di immagini non cinematografiche (siano esse girate con presunte videocamere amatoriali, televisive, o, nel caso di Paranormal Activity, camere di sorveglianza a circuito chiuso). Ma Il quarto tipo si spinge oltre. La prima scena del film svela subito l’impianto di finzione della ripresa cinematografica: l’attrice Milla Jovovic si rivolge direttamente al pubblico, dicendo che interpreta la dottoressa Tyler. E che nel film saranno inseriti alcuni veri reperti video, tratti dalle registrazioni delle sedute della dottoressa. Accade insomma qualcosa di nuovo rispetto a quello che siamo abituati a vedere: l’ammissione della finzione cinematografica, accostata continuamente tramite lo split-screen alle cosiddette riprese “vere”, dovrebbe servire per rinforzare il senso di verità di queste. E a sua volta, il carattere di verità delle riprese amatoriali dovrebbe dare forza all’intera storia.

Per un po’ si prova a stare al gioco. Anche perché, all’inizio, i reperti video della dottoressa Abigail sembrano proprio veri. L’effetto è straniante, disturbante, e a momenti riesce davvero a fare paura. Ne esce un film difficile da ricondurre a un genere preciso. C’è della fantascienza, ma scordatevi astronavi, alieni e qualsiasi cosa di tecnologico che vi riporti al film di Spielberg. L’elemento alieno non si vede mai, e rivive solo nei ricordi, nelle reazioni degli umani. Che sono simili a quelle di chi è posseduto. Per questo il film scivola anche nell’horror, dalla parti de L’esorcista. Ma è un gioco che dura poco: un occhio attento riesce chiaramente a scorgere una sapiente mano nel confezionare ad arte i reperti video (i disturbi che casualmente arrivano nei momenti clou, la telecamera nell’auto della polizia che casualmente inquadra la casa in modo perfetto). E se ci mettiamo il fatto che accadimenti così eclatanti sarebbero assurti agli onori della cronaca, possiamo capire in che territorio siamo. Il quarto tipo è l’ennesimo, abile mockumentary (falso documentario, dall’inglese mock, finto e documentary), che, in maniera originale e rischiosa, è furbamente mescolato con un film di finzione. In questo senso si avvicina più a The Blair Witch Project, per l’alone di verità che si vuole accostare al film, che a Rec o Cloverfield, in cui la presunta realtà delle riprese è più un mezzo espressivo. Tolto questo trucco, resta un film dalla sceneggiatura ripetitiva e con alcune sbandate (vedi i Sumeri). Resta importante come testimone di una tendenza. Quella di un cinema che per farci paura deve farci credere sempre più spesso di assistere a cose vere. In fondo tutto il cinema è una gigantesca finzione, e il patto con il pubblico è che creda a quello che vede, come in un gioco di prestigio (The Prestige di Nolan insegna). Sta quindi a voi decidere. Credere oppure no.

Da non vedere perché: l’ennesimo confronto cinema-realtà qui finisce per mostrare la corda

 












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