Posts Tagged ‘Aaron Johnson

02
Set
11

I segreti della mente. Il terrore corre sempre sul filo…

Voto: 6,5 (su 10)

Il terrore corre sul filo, ci diceva un vecchio thriller di Anatole Litvak. Corre sul filo anche oggi: ma il filo è quello della connessione web. Ce lo racconta I segreti della mente, titolo italiano un po’ banalotto di Chatroom, che esce un po’ in sordina a oltre un anno dalla sua presentazione a Cannes. A raccontarci questa storia è qualcuno che ci ha già spaventato molto: è Hideo Nakata, autore di quel Ringu (poi diventato The Ring nei remake occidentali, il secondo girato proprio da Nakata) in cui la morte arrivava attraverso una videocassetta maledetta. La tecnologia porta sempre dei pericoli: è questo che sembra volerci dire ancora Nakata.

Che ne I segreti della mente, però, passa dall’horror all’orrore quotidiano: non ci sono mostri né fantasmi, ma le perversioni della mente, come suggerisce il titolo italiano. La storia è quella di alcuni ragazzi che si incontrano in chat: tra questi, la “mente pericolosa” William (Aaron Johnson), il curatore di un forum, ascolta e consiglia i suoi “amici”, spingendoli ad azioni nella vita reale che rischiano di oltrepassare il limite. Nakata passa così dall’horror puro al thriller psicologico: in questo senso I segreti della mente svolge bene il suo dovere, tra ritmi techno e una fotografia nitida.

Quello che è interessante è il tentativo di dare una forma a qualcosa che non ce l’ha, di rendere reale e palpabile quello che è virtuale ed sfuggente: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, un non luogo alla David Lynch, allo stesso tempo fatiscente e intrigante, dove il virtuale prende forma e diventa reale. D’altra parte chatroom vuol dire stanza per parlare. Così i dialoghi che avvengono in chat – che finora al cinema erano raccontati attraverso le schermate del computer, finendo per diventare anticinematografici – prendono vita e vengono messi in scena come se i protagonisti si trovassero davvero a parlare faccia a faccia in una stanza. Nakata gioca con il dualismo reale/virtuale colorando in modo diverso i due mondi: tanto la realtà è grigia nei suoi colori desaturati, tanto la chat è scintillante nella sua fotografia supersatura, dove i protagonisti sono più belli che nella vita reale, e a volte non sono nemmeno loro stessi.

Ecco, il problema de I segreti della mente, che regge bene il ritmo del racconto, anche se pare ammiccare troppo al mondo teen, è proprio questo. Il film di Nakata arriva fuori tempo massimo, e ci racconta – con una visionarietà notevole, certo – un mondo della rete che forse non esiste più. È vero che nella prima vita del web molti, nel mondo delle chat e di Second Life, baravano per essere qualcun altro o si costruivano dichiaratamente una seconda vita. Ma oggi siamo nel mondo del web 2.0, quello dei blog e di Facebook, quella piazza virtuale dove ognuno è se stesso, e si mette in scena confessandosi il più possibile. È la rete, bellezza. E oggi va più veloce che ogni altra cosa. E tutto il resto, anche il cinema, rischia di non andare alla stessa velocità.

Da vedere perché: Nakata mette in scena il mondo della rete come uno strano hotel, dove il virtuale prende forma e diventa reale. Ma rischia di arrivare fuori tempo massimo, e di raccontare una rete che oggi forse non c’è più.

 

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19
Dic
10

Nowhere Boy. Lennon Begins

Voto: 7 (su 10)

Inizia con un famoso accordo, quello di A Hard Day’s Night, Nowhere Boy, il film di Sam Taylor-Wood sul giovane John Lennon. Lennon corre a perdifiato, come all’inizio di quel celebre film, e sullo sfondo sentiamo urla e clamori. In realtà non c’è nessuno, e John si sveglia di soprassalto. È un sogno. Un presagio del successo e della Beatlemania. Nowhere Boy fa un salto indietro nel tempo, nella Liverpool del 1955, quando John Lennon non era ancora John Lennon, e viveva con la zia Mimi. Nowhere Boy ci mostra l’anima divisa in due del Lennon adolescente: la zia Mimi è la responsabilità. È lei che gli compra la prima chitarra, ma la rivende perché non va bene a scuola. La madre Julia è la spensieratezza. È lei che gli fa conoscere il rock’n’roll, che lo porta a vedere Elvis al cinema, facendo scattare la passione. È qui che nasce il Lennon dal look rockabilly che si porterà fino ai Beatles di Amburgo e che vediamo sulla cover dell’album Rock’n’roll. È sempre lei che gli dà le prime lezioni di banjo.

Vuole suonare in una rock’n’roll band, John. Nascono così i Quarrymen: assistiamo alla loro prima esibizione, su un camioncino, a una festa di paese. In realtà sono una band di skiffle, un pre-rock’n’roll locale e povero. Dopo un altro concerto gli viene presentato un giovane musicista: Paul McCartney. “Vuoi una birra?”. “Preferirei un the”. Già così lontani e così vicini. Li vediamo provare insieme nella cameretta di John, e nel portico di Mimi, ed è qui che ci emozioniamo veramente. Perché è in questo modo che sono nati i primi classici della premiata ditta Lennon-McCartney. Poco dopo arriverà anche un giovane chitarrista, George Harrison.

Nowhere Boy ci piace perché dà vita alle scene che abbiamo sempre immaginato. E quello che vediamo è esattamente quello che ci eravamo immaginati: la ricostruzione d’epoca è accurata (lo sceneggiatore, Matt Greenhalgh, e il costumista, Julian Day, sono quelli di Control, il film su Ian Curtis). E, per una volta, un film su un musicista non la butta in soap opera: i dolori del giovane Lennon ci sono, ma c’è anche la musica. Una famiglia a pezzi più Elvis e il rock’n’roll: Lennon è diventato Lennon, parole e musica, grazie a questo. Il giovane Aaron Johnson ha apparentemente poca somiglianza fisica con John, ma ha quell’aria allo stesso tempo sfrontata e insicura che lo rendono un Lennon credibile e vibrante. Se la zia Mimi è una Kristin Scott Thomas impeccabile, spicca anche Anne-Marie Duff, la madre di John, appassionata, immatura e dolente come se presagisse il suo destino. Quando i due sono insieme non sembrano madre e figlio, ma due fidanzati. E il loro rapporto è la chiave del film, come della vita di John. Nowhere Boy arriva sui nostri schermi (dal 3 dicembre), mentre ricorrono i trent’anni dalla morte di Lennon. E, mentre pensiamo alla sua fine, un bel modo per ricordarlo è vedere come tutto ebbe inizio. Il film si chiude con John che parte per Amburgo, verso un radioso futuro. E con le note di Mother, che avrebbe scritto molto tempo dopo. “Mother, you had me but I never had you”.

Da vedere perché: dà vita alle scene che abbiamo sempre immaginato. E quello che vediamo è esattamente quello che ci eravamo immaginati: la ricostruzione d’epoca è accurata. E, per una volta, un film su un musicista non la butta in soap opera

(Pubblicato su Jam)

 












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