Archive for the 'thriller' Category



16
Mar
11

Dylan Dog. Il fumetto cult diventa un film. Però…

Voto: 4,5 (su 10)

Facciamo subito un po’ d’ordine. Un film su Dylan Dog non c’era ancora mai stato. Dylan Dog, di Kevin Munroe, in uscita in Italia in anteprima mondiale il 16 marzo, è la prima volta dell’investigatore dell’incubo creato da Tiziano Sclavi sul grande schermo. C’era stato un altro film, nel 1994, DellaMorte DellAmore, che era stato tratto da un romanzo di Sclavi, con protagonista un becchino, su cui era stato modellato il personaggio di Dylan Dog. In quel film, diretto da Michele Soavi, il protagonista era Rupert Everett, l’attore a cui Dylan Dog è dichiaratamente ispirato. E con cui ogni attore chiamato a interpretarlo deve necessariamente fare i conti. Così ora che arriva il primo Dylan Dog ufficiale sul grande schermo (non approvato da Sclavi e dall’editore Bonelli), il confronto è sì con il fumetto, ma anche con il film di Soavi.

Qui la produzione è americana, e gli americani non conoscono Dylan Dog. Allora perché non aggiornarlo agli standard americani? È questo che avranno pensato Munroe e i suoi autori, ma per il pubblico italiano è un altro discorso. Cominciamo col dire che accanto a Dylan Dog non c’è il fidato e iconico assistente Groucho. C’era tutta una serie di problemi di diritti d’autore, visto che l’aiutante di Dylan è la copia di Groucho Marx. Però… Non c’è la famosa automobile di Dylan. O meglio, è un po’ cambiata: carrozzeria nera con interni bianchi invece che bianca con interni neri. E qui c’era il rischio, secondo il regista, che ricordasse Herbie il maggiolino tutto matto. Vabbè, a parte che sarebbe venuto in mente solo a lui. Però… Da Londra l’azione è trasferita a New Orleans: città diabolica e misteriosa, certo. Però…  L’attore protagonista è Brandon Routh, già Superman in Superman Returns di Bryan Singer. Però… non è Rupert Everett, e lo vediamo in camicetta gialla, anche se solo per le prime scene. Se riuscite a superare tutti questi però, potreste anche vedervi Dylan Dog in pace. Però… è chiaro che non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog.

Si tratta, lo dicevamo di un film per americani. La ricetta la dice lo stesso regista: due parti di Underworld, una parte di Zombieland, e una spruzzatina di Chinatown. Il regista pensa anche a Ghostbusters e Indiana Jones come commistione di generi, horror, thriller, action, commedia. Magari. Dylan Dog strizza sì l’occhio all’horror per adolescenti americano, ma i modelli sono più quelli televisivi, come Buffy, Angel e Streghe, Twilight se vogliamo avvicinarsi al cinema. Combattimenti, trasformazioni, salti. Munroe ha a disposizione l’immaginario enorme del cinema horror, dai licantropi ai morti viventi, ma li usa in maniera grossolana o usando i registri della farsa, in particolare per tutta la vicenda legata agli zombie. Se i morti viventi di Romero lo trovassero in giro, credo che farebbe una brutta fine.

Il confronto con DellaMorte DellAmore, allora, ci sta eccome. E Michele Soavi, non certo un regista dal tocco raffinato, aveva dimostrato con il suo film, per quanto ingenuo, di cogliere meglio le atmosfere di Tiziano Sclavi. Stile televisivo, registri narrativi mal integrati, attori scadenti: pur macabro, Dylan Dog non è un horror, perché non fa paura. Pur con la voce narrante, non è un noir, perché i personaggi non hanno la dolente profondità. Brandon Routh, poi, è un attore belloccio ma poco espressivo, e dopo aver demolito Superman, ora lo fa con un altro mito a strisce, Dylan Dog. Il film è un prodotto da multiplex da venerdì sera, under 20, ma sarebbe più adatto ad un’uscita straight to video. Abbiamo nostalgia di Soavi, ed è tutto dire.

Da non vedere perché: non si tratta di un film da grandi fan di Dylan Dog, troppe libertà rispetto al fumetto originale. È un action movie che ammicca all’horror per teenager americani, alla Underworld, ma è girato come una puntata di Buffy l’ammazzavampiri

 

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11
Feb
11

Sanctum 3D. L’Avatar low cost

Voto: 5,5 (su 10)

In quel “papà, io ti vedo” che sentiamo pronunciare alla fine di Sanctum 3D ci sarà una citazione consapevole di Avatar o è solo un caso? Già, perché ormai leggi Cameron e pensi ad Avatar, pensi ad Avatar e sogni Pandora, è un riflesso condizionato. Sanctum 3D è il nuovo film prodotto da James Cameron, che, giustamente, dopo aver inventato le mirabili macchine da presa 3D che ha usato per Avatar, vuole sfruttarle anche per altre produzioni. Così è nato Sanctum 3D, che possiamo considerare un piccolo aperitivo in attesa del piatto forte, l’atteso sequel di Avatar che arriverà appena nel lontano Natale 2013. La storia è semplice: c’è un gruppo di speleologi che si cala in una grotta, per poi immergersi verso un pertugio che sbocca nel mare, verso delle caverne che non sono ancora state esplorate (subbaccqui e spelologgi, direbbe la Vulvia di Guzzanti su Rieducational Channel, spinti ovviamente dagli spingitori di subbaccqui spelologgi). Come insegna Frankenstein Jr., potrebbe andare peggio: potrebbe piovere. E infatti, piove, la grotta si allaga, e i protagonisti vengono tagliati fuori e abbandonati a se stessi. L’unica via d’uscita è il pertugio ancora inesplorato verso il mare.

È un aperitivo di Avatar, questo Sanctum 3D. O, se volete, un Avatar low cost. Ecco la vera novità di questo film. Anche la tecnologia 3D sta diventando accessibile a tutti, e così non è detto che un film 3D debba essere per forza un blockbuster come sembrava. Una volta inventata la tecnologia, può essere sfruttata per progetti diversi, con budget diversi. Sanctum 3D può essere allora considerato il primo B movie in 3D che vediamo sui nostri schermi (se non consideriamo tale, per stile più che per budget, Viaggio al centro della terra 3D, e in attesa di Piranha 3D).

Sanctum 3D da un lato prosegue la poetica di Cameron e Avatar: grandi voli sopra scenari naturali selvaggi e suggestivi, cadute e voli verso profondità vertiginose, luoghi ancora inesplorati e affascinanti. Le macchine da presa e le tecniche sono le stesse. Ma dall’altro lato Sanctum è agli antipodi di Avatar: set e personaggi sono reali invece che creati al computer. In teoria il 3D funziona anche così. In pratica no, almeno in questo film: la profondità di campo è appena accennata, e non evidente in tutte le scene. Va bene utilizzare le sue attrezzature, e fare i test in vista del sequel di Avatar, che sarà in gran parte girato sott’acqua. Ma Cameron un’occhiata alle sceneggiature però dovrebbe darla: il film è scritto e recitato male, noioso, troppo lungo.

Se proprio non riuscite ad aspettare il sequel di Avatar, e volete provare a capire come potrebbe essere, visto che prevede scene acquatiche, questo film potrebbe essere un succedaneo del glorioso film di Cameron. È un film che si può anche vedere. Ma vi avvertiamo che siamo su un altro pianeta. Infatti lì siamo su Pandora e qui sulla Terra.

Da vedere perchè: se proprio non riuscite ad aspettare il sequel di Avatar. Ma vi avvertiamo che siamo su un altro pianeta. Infatti lì siamo su Pandora e qui sulla Terra

 

19
Dic
10

The Tourist. Volevo essere Hitchcock…

Voto: 5 (su 10)

Sarà che per gran parte della sua durata è ambientato a Venezia, ma The Tourist, il nuovo film con Johnny Depp e Angelina Jolie, fa acqua da tutte le parti. Trama, sceneggiatura, scelte di casting. The Tourist, remake del thriller francese Anthony Zimmer, capitato, dopo una serie di rinvii e rinunce (tra cui quelle di Lasse Hallstrom e Alfonso Cuaron), nelle mani del regista tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck (premio Oscar per Le vite degli altri), dovrebbe essere il tentativo di girare un film di quelli che ormai non se ne fanno più, uno di quei film alla Hitchcock che mescolavano storia d’amore, azione e thriller. Caccia al ladro, o Intrigo internazionale, insomma. E l’assunto di partenza del film è chiaramente hitchcockiano: un uomo comune e ignaro, innocente, coinvolto in un complotto più grande di lui. È Frank Tupelo (Johnny Depp), uomo qualunque, anonimo professore di matematica in un’università americana. Su un treno, diretto da Parigi a Venezia, viene abbordato da Elise (Angelina Jolie), donna affascinante ed elegantissima. Poco prima l’avevamo vista ricevere un biglietto in cui un uomo le chiedeva di scegliere un tale della sua stessa corporatura e avvicinarlo. L’uomo misterioso che manda questo messaggio è un certo Alexander Pearce.

Un nome, uno scambio di persona, un tourbillon di eventi che scaturiscono da questo equivoco. Pearce come Kaplan: lo spunto è quello di Intrigo internazionale. Lo sviluppo è diverso, con una sorpresa finale che non vi sveliamo (sappiate solo che siamo dalle parti del Mission: Impossible di Brian De Palma). Ma da qui a farne un film alla Hitchcock ce ne passa. La prima cosa che balza agli occhi è la scelta del cast, con due attori bravissimi se utilizzati nel loro campo, ma difficilmente credibili in una storia simile (sono entrati a progetto iniziato, all’inizio dovevano esserci Charlize Theron e Tom Cruise o Sam Worthington). Anche se vestita in abiti fascinosamente rètro, tra gli anni Cinquanta e  i Sessanta, Angelina Jolie continua ad essere una donna troppo dura, troppo “fisica” e attiva per essere una donna hitchcockiana, il cui modello sono le algide Grace Kelly e Tippi Hedren. Allo stesso modo, anche Johnny Depp non è Cary Grant, ma soprattutto risulta poco credibile, lui che è un istrione e un uomo dal carisma straordinario, costretto nei panni di un uomo comune, quasi dimesso. Il risultato è che ci sembra di guardare i due divi insieme, e non i loro personaggi. La chimica tra due dei personaggi più sexy del pianeta, poi, non funziona: restano due corpi estranei, due particelle separate che non si combinano mai per diventare un unico elemento.

È proprio questo il difetto maggiore di un film che non può che essere il risultato di questa scelta sbagliata. Le vicende non ci sembrano quasi mai credibili, tra scene d’azione impacciate e passaggi della sceneggiatura – compreso il finale a sorpresa – che non convincono per niente. A proposito di cast, poi, non sappiamo dire come alcune scelte possano apparire all’estero: ma per noi vedere a un certo punto della storia comparire Christian De Sica, Nino Frassica o Raul Bova contribuisce a creare un effetto straniante e a togliere verità alla storia, facendoci uscire ulteriormente dal film. Attori italiani meno conosciuti e caratterizzati avrebbero contribuito a rendere più credibile l’insieme. L’eccezione è Neri Marcorè, impeccabile.

Per essere un film che si avvicini ad Hitchcock mancano anche scene veramente memorabili, quelle scene madri su cui costruiva il suo cinema. Florian Henckel Von Donnersmarck (se non pronunciate il nome completo non si gira, come Luca Cordero di Montezemolo…), che ha il gusto per un certo cinema classico, era stato a suo agio ne Le vite degli altri, un thriller interessante per la ricostruzione storica, che però era soprattutto un kammerspiel psicologico e girato in interni. Una macchina ad alto budget come questa, con molte scene d’azione, è qualcosa di diverso. Certo, se vi manca l’atmosfera dei film degli anni d’oro di Hitchcock, il film potrà darvi qualche soddisfazione per un attimo, ma allora è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro.

Da non vedere perché: se vi manca l’atmosfera dei film di Hitchcock è meglio che vi rivediate Intrigo internazionale o Caccia al ladro

 

13
Ott
10

Buried – Sepolto. Novanta minuti senza aria e senza respiro

Voto: 7,5 (su 10)

Parte da subito come una bella sfida, Buried – Sepolto. L’idea di base ha a che fare con una scena che è già un classico del cinema, quella di Kill Bill Vol. 2 in cui Uma Thurman viene sepolta viva. Una scena così famosa da essere già stata spesso ripresa, tra l’altro dallo stesso Tarantino in una puntata di C.S.I. (Grave Danger) da lui diretta, e da alcuni spot pubblicitari. Confrontarsi con questa scena è qualcosa di facile e di difficile allo stesso tempo. Facile, perché si gioca con qualcosa che è già fortemente impresso nell’immaginario collettivo. Difficile, perché si tratta di proporre qualcosa di nuovo. Anche perché qui non parliamo solo di una scena girata in una bara. Sono ben novanta minuti: tutto il film.

Buried – Sepolto, dello spagnolo Rodrigo Cortés, si candida ad essere uno dei film più claustrofobici della storia del cinema. Un uomo si sveglia e capisce di essere in una bara, e di essere stato sepolto vivo. Con il suo accendino prova a fare luce nella bara. Con un telefonino, che trova accanto a sé, prova a fare luce su quello che è successo: attraverso le conversazioni capiamo cosa è accaduto e cosa potrebbe accadere. Illuminato solo da una fioca luce, prima quella dell’accendino, poi quella del cellulare e delle luci da campeggio o da una lampada scassata, la sagoma di Ryan Reynolds si staglia nel buio, e viene ripresa da varie angolazioni. Il suo è un vero one man show, tutto basato su respiri affannosi e ansia. La sua performance meriterebbe una visione in lingua originale.

Girato in unità di tempo e luogo, e in tempo reale, Buried – Sepolto vive di una continua suspence, creata attraverso una serie di variazioni sul tema, che mantengono alta la tensione ogni volta che sembra assestarsi (il colpo di scena più forte arriva a metà film). Con un finale beffardo e imprevisto. A parte i titoli di testa alla Saul Bass, Buried – Sepolto è hitchcockiano fino a un certo punto: è girato in un unico luogo, come Prigionieri dell’oceano, ed è in tempo reale come Nodo alla gola. In realtà non sappiamo qualcosa più del protagonista, come in molti film del maestro, ma apprendiamo le cose insieme a lui. E questo aspetto, in un certo senso, ci aiuta a identificarci in lui. Ma la suspence è garantita da una serie di deadline: la batteria del cellulare che sta per scaricarsi, l’aria nella bara che prima o poi si consumerà, l’ultimatum dei terroristi per una determinata ora. C’è poi un sottotesto politico: la storia ha a che fare con la guerra in Iraq e con il trattamento che l’America riserva ai cosiddetti “contractors”. Buried – Sepolto è una delle prime vere sorprese della stagione cinematografica. Da evitare solo se si soffre solo di claustrofobia. In ogni caso, attrezzatevi per una bella passeggiata all’aperto dopo il film.  

Da vedere perché: È uno dei film più claustrofobici visti al cinema. La suspence è continua, e Ryan Reynolds la fa rendere al massimo grazie a una prestazione “senza respiro”.

 

24
Set
10

Inception. Freud e Escher al cinema

Voto: 7,5 (su 10)

Siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni, scriveva Shakespeare. Lo ribadisce anche Christopher Nolan con Inception, il suo film più personale, un’idea che ha in mente da quando aveva 16 anni, che riesce a portare finalmente sullo schermo, dopo aver lavorato per dieci anni alla sceneggiatura. “Qual è il parassita più resistente? Un virus? No, un’idea. Un’idea, una volta formata, si avvinghia”. Dev’essere stato così anche per Nolan, visto come ha portato avanti il suo progetto. È quello che pensa Cobb (Leonardo Di Caprio), il protagonista del suo film. Lui e la sua banda hanno trovato il modo per entrare nei sogni degli altri, e per rubare loro le idee. Nel sogno le difese si abbassano, e le idee possono essere rubate. Cobb e la sua banda però ora si trovano, coinvolti da un uomo d’affari giapponese, a progettare un’impresa ancora più difficile: invece che rubare un’idea devono instillarla nella mente di qualcuno. Si tratta dell’erede di un impero finanziario, e l’idea che vogliono mettergli in testa è quella di dividere l’impero. Ma Cobb dovrà fare i conti anche con i suoi sogni, e con il rimpianto per la moglie (Marion Cotillard) che ha perduto per sempre.

Regista del racconto non lineare per eccellenza (vedi Memento), Nolan gira un film sui sogni, che per la loro natura non sono lineari e logici. Quello tra Nolan e il sogno sembra allora un rapporto naturale. Anche perché il regista di Batman: Begins e Il cavaliere oscuro ha sempre basato la sua poetica sulla capacità o meno di vedere. E il sogno in fondo è un vedere oltre, al di là di quello che vedono gli occhi, al di là di quello che comprende il razionale: un vedere con la mente. Nolan, sulla scia di film come Matrix, Dark City e Il tredicesimo piano, ma anche eXistenZ di Cronenberg, gioca con la percezione dei protagonisti, e con la nostra. “I sogni sembrano reali finché ci siamo dentro”. E così noi sposiamo il punto di vista dei personaggi, e non sappiamo mai se ci troviamo in un sogno o nella realtà.

Inception è un film ambizioso. È Freud declinato in heist movie (film di rapina), un labirinto di specchi con dentro un gioco di scatole cinesi. È 007 (le scene sulla neve sono una citazione aperta di Al servizio segreto di Sua Maestà) diretto da M.C. Escher (anche le famose scale disegnate dal famoso pittore fanno parte dell’ispirazione del film). A cui si aggiunge una robusta dose di mélo, con il ricordo della moglie scomparsa di Cobb che ritorna continuamente nel film. E qui Inception ci mostra il sogno come unica possibilità di ri-vivere qualcosa che è andato perduto, e si avvicina a Strange Days, in cui il protagonista riviveva sensazioni pre-registrate. Il sogno come rimpianto. E non a caso il tema del film è la canzone di Edith Piaf Non, je ne regrette rien: non rimpiango nulla.

Il sogno di Nolan è nitido, chiaro, preciso, e mai sfumato, torbido e malato come il sogno di David Lynch. È interessante come qui la realtà condizioni il sogno con vibrazioni, suoni e giravolte, e come il sogno, una volta giunto alla fine, cominci a sgretolarsi. Il regista de Il cavaliere oscuro realizza un film-evento, un prodotto dall’impatto visivo notevole, con scene meritevoli di entrare nella storia del cinema. Inception è un caso di blockbuster con un’anima, un film altamente spettacolare, ma con dentro una grande riflessione filosofica e intellettuale. È un film che può aprire una strada a un nuovo tipo di cinema. La struttura a scatole cinesi finisce però per rendere necessarie troppe spiegazioni e momenti interlocutori, rendendo a volte il film macchinoso e complicato. Così complicato che Memento il confronto sembra un cinepanettone. Ma si tratta di difetti che non riescono a scalfire la maestosità dell’opera. Christopher Nolan entra definitivamente, insieme a Lucas, Spielberg, Peter Jackson nell’Olimpo dei creatori di mondi.   

Da vedere perché: È Freud declinato in heist movie, un labirinto di specchi con dentro un gioco di scatole cinesi. È 007 diretto da M.C. Escher, con una robusta dose di mélo

 

10
Set
10

The American. Anton Corbijn colora George Clooney

Voto: 7,5 (su 10)

Entrambi hanno a che fare con delle macchine. Entrambi devono guardare dentro un obiettivo, prendere la mira, e centrare il soggetto. Il fotografo e il killer fanno un lavoro molto simile. Forse anche per questo Anton Corbijn, famoso fotografo rock (sue le copertine e i video di band come U2, Depeche Mode, Metallica), e autore del meraviglioso film Control (sulla vita di Ian Curtis), ha deciso di girare un film su un killer. The American è sì un thriller esistenziale, ma in fondo anche una riflessione sul suo lavoro. Jack (George Clooney) è un assassino che, dopo una missione finita in maniera più cruenta del previsto, si ritira nella campagna italiana, dove si finge proprio un fotografo. Deve portare a termine un ultimo lavoro: la creazione di un’arma letale. Nel frattempo si innamora di Clara (Violante Placido). E inizia a frequentare il prete locale (Paolo Bonacelli).

The American è un film tutto giocato sull’attesa. Praticamente e apparentemente agli antipodi del film d’esordio di Corbijn, Control. Se lì gli eventi scorrevano veloci, e apparentemente incontrollabili, qui accade tutto molto lentamente, e il protagonista cerca di tenere il più possibile tutto sotto controllo. Entrambi i film sono accomunati da un senso di morte che incombe sulla storia: quella di Ian Curtis è annunciata, ed evocata da quello stendipanni inquadrato poco prima, a cui si impiccherà. In The American sappiamo che prima o poi accadrà qualcosa in questo senso, perché per tutta la vicenda è in scena questo misterioso fucile, che servirà a uccidere qualcuno.

Il Jack di George Clooney, che in questo film è convinto e convincente (così come una bellissima Violante Placido, mai così intensa e sensuale nella sua carriera) è la versione noir del protagonista di Tra le nuvole, in cerca d’amore forse fuori tempo massimo, ma anche il gemello di Carlito Brigante, criminale in cerca di una nuova vita in extremis. Per questo The American può essere considerato una sorta di Carlito’s Way in chiave ultra minimalista.

 Anton Corbijn colora George Clooney con gialli e rossi intensi, pastosi e oscuri. Il suo stile, al solito, è controllatissimo e impeccabile: immagini come fotografie o quadri (l’inquadratura nella caffetteria che sembra riprendere Hopper), attenzione per gli oggetti e i particolari. The American è stato girato in Abruzzo, tra Sulmona e Castel del Monte. Corbijn inquadra i monti da lontano, in modo che le strade che tagliano i paesaggi siano come il tratto di un pennello su una tela, creando così quadri astratti e bellissimi. The American è un film molto particolare, che si insinua dentro di noi lentamente e profondamente. È un film non destinato al grande pubblico. E questo ci fa riflettere sulla curiosa seconda vita di Anton Corbijn. Se i suoi videoclip e le sue foto, diventate le copertine più famose della storia del rock (The Joshua Tree su tutti), hanno raggiunto miliardi di persone, da cineasta sembra scegliere film di nicchia, difficili, destinati a raggiungere pochi. Ma, per tornare al parallelismo di apertura, a fare sempre centro.

 Da vedere perché: E’ il film che George Clooney ha girato in Italia, in Abruzzo, ed è diretto da Anton Corbijn con un grande senso pittorico. Thriller dell’anima, è un Carlito’s Way in versione ultra minimalista

 

04
Ago
10

Splice. Vincenzo Natali rimane chiuso nel suo cubo

Voto: 5 (su 10)

Avevamo incontrato Vincenzo Natali in un cubo: il suo The Cube era misterioso, claustrofobico, carico di attese e di domande. Persone che si svegliavano chiuse in cubo, e cercavano di uscirne. Domandandosi: chi siamo, dove andiamo, qual è il senso di tutto questo. Che poi sono le domande della nostra vita. Da quel momento anche Vincenzo Natali è sembrato rimanere rinchiuso in quel cubo, in una carriera bloccata, senza la possibilità di ripetere l’exploit di quel film.

Natali torna ora con Splice, un film che sembra avere tutte le caratteristiche per bissare quel successo. Splice è la storia di due scienziati, Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley), che sono anche una coppia nella vita. I due danno vita ad un ambizioso esperimento: mescolare dna umano e animale. La creatura che ne esce è qualcosa di mai visto, un essere apparentemente perfetto, una chimera alata. La chiamano Dren. Appena nata sembra un animale (viene in mente la creatura di Eraserhead di Lynch), man mano che cresce sembra sempre meno “cosa” e sempre più umana. Anche nei bisogni e nei comportamenti.

L’idea è interessante, e mette in piazza una serie di interrogativi importanti sulla scienza e i limiti che si dovrebbero o non si dovrebbero superare. Ma un regista come Natali dovrebbe accorgersi quando una sceneggiatura non funziona. Splice, che per un’ora abbondante si regge su una notevole tensione, naufraga all’improvviso sulla scena di un tradimento (non vogliamo svelarvi di più) che – complici le espressioni attonite di attori evidentemente poco convinti – finisce per rivelarsi involontariamente comica, e per vanificare tutto il percorso che il film aveva fatto fino a quel momento. Ecco, un buon regista avrebbe dovuto accettare di girare il film solo apportando delle modifiche alla sceneggiatura, capire cosa sullo schermo funziona e cosa no.

È davvero un peccato che un film simile sia stato buttato così. Splice sembrava un creature movie interessante e inquietante, sulla scia di Alien e Species, ma anche del cronenberghiano Rabid – Sete di sangue. Virato in una luce blu, che evoca subito il freddo dei laboratori e della scienza, Splice ha dei momenti forti, quasi horror, e una sceneggiatura – almeno fino al fattaccio – che gioca con la musica (i riferimenti a Ginger Rogers e Fred Astaire, Bob Fosse, i ritmi techno sostituiti dal jazz durante un esperimento) fino a suggerire un’andatura musicale a film, che poi finisce per perdersi. Soprattutto, per gran parte del film Natali è bravissimo (ma ci deve essere lo zampino di Guillermo Del Toro, produttore, che di creature se ne intende, vedi Il labirinto del Fauno e Hellboy) nel mettere nella creatura un misto di tenerezza e orrore, di bellezza e repulsione (in fondo è un mostro, ma anche un cucciolo). Sembrava andare tutto bene, e poi quella scena. Che ci farebbe dire: non drammatizziamo, è tutta questione di corna.

Da non vedere perché: toni sbagliati e una comicità involontaria penalizzano un creature movie che si presentava interessante

 












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