Archive for the 'drammatico' Category



09
Set
11

Contagion. In ansia per le nostre vite appese a un filo

Voto: 7 (su 10)

In principio era Hitchcock. Era stato proprio lui, per la prima volta, a scioccare eliminando a sorpresa la sua protagonista dopo le prime scene del film, in Psycho. Contagion, il nuovo film di Steven Soderbergh presentato al Festival di Venezia fuori concorso, prende questo schema e lo moltiplica: è pieno di stelle, e fin dalle prime scene capiamo che chiunque, anche i protagonisti, anche quelli interpretati dalle star, possono morire in seguito al contagio di un terribile virus. Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Marion Cotillard, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Elliott Gould: nessuno di loro ha la salvezza assicurata. L’ansia e la tensione narrativa di Contagion nascono proprio da questo, da chi si salverà e da chi rimarrà in vita. E ovviamente dal tema trattato: quello delle epidemie, forse il pericolo più ineluttabile che ciascuno di noi possa temere. Tutto inizia quando una donna torna a Minneapolis dopo un viaggio d’affari a Hong Kong, e dopo due giorni muore all’improvviso. In breve tempo molte altre persone presentano gli stessi sintomi: tosse secca, febbre, attacchi ischemici, emorragia cerebrale. E poi la morte.

È un film ad alto tasso di suggestione, questo Contagion. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente, dalle convulsioni, alla schiuma bianca alla bocca, fino a un cranio aperto per un’autopsia. L’inizio è scioccante, e la gente muore in serie al ritmo frenetico scandito dalla colonna sonora techno. L’evoluzione del contagio è scandita dalle scritte in sovraimpressione che indicano i giorni che passano da quando il virus si presenta: partiamo dal giorno 2, perché nessuno sa cosa sia accaduto nel giorno 1. Lo scopriremo alla fine. Come in ogni film catastrofico che si rispetti, l’azione si svolge su scala globale: Minneapolis, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Hong Kong, Los Angeles.

Rispetto ai classici dei film sulle epidemie (Virus letale, per fare un esempio), Contagion ha il pregio – oltre all’estremo realismo – di affrontare la questione dai più svariati punti di vista: con una costruzione alla Altman, si passa dalle storie dei malati al punto di vista della ricerca, dalla strategia dell’informazione ufficiale, divisa tra la necessità di dare sicurezza e quella di evitare il panico, degli organi della sanità alle notizie date dai giornalisti indipendenti dei blog, fino agli interessi delle case farmaceutiche. Fino agli effetti collaterali, come le folle impazzite che prendono d’assalto supermercati e farmacie, quelle folle inferocite che diventano un soggetto altro dalle persone che le compongono, di cui raccontava già Manzoni ne I promessi sposi.

Contagion è un film tremendamente efficace ed efficacemente tremendo, nel senso di pauroso. Ed è forse il film migliore di Soderbergh, quello, nella sua eclettica carriera, più vicino a Traffic, per come mescola intrattenimento e contenuti. Lo ricorda anche l’utilizzo di una fotografia dai colori lividi, che passano dal giallognolo al blu, a evocare malattia e desolazione. A proposito di Hitchcock: proprio il regista inglese, finché era in attività, era considerato soprattutto un artista da intrattenimento, e solo dopo è stato considerato Autore, per la maestria con cui ha padroneggiato la macchina cinema. Forse i posteri ci daranno una risposta su Soderbergh. Per ora, più che nei suoi film autoriali, il regista di Sesso, bugie e videotape ci pare bravissimo quando fa intrattenimento, in film come questo ancora di più che nella goliardia dei suoi Ocean. Con Contagion riesce a tenerci in ansia per due ore. Per le vite dei protagonisti, ma anche per le nostre, rendendoci consapevoli di come siano appese a un filo. E di come – lo vediamo nel finale, con la ricostruzione del giorno 1 del virus, dopo che la voce salvifica di Bono ci ha regalato un po’ di speranza con All I Want Is You – siano davvero regolate dal Caso.

Da vedere perché: è un film ad alto tasso di suggestione. Ci sentiremmo di sconsigliarlo a chi è facilmente suggestionabile, a chi è sensibile, a chi è ipocondriaco. E questo è un complimento per il film, che sceglie la via dell’estremo realismo, non risparmiando niente.

 

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05
Set
11

Ruggine. Una favola senza lieto fine…

Voto: 5,5 (su 10)

C’era una volta un gruppo di bambini, e un orco. Sì, Ruggine, di Daniele Gaglianone, presentato ieri alle Giornate degli autori del Festival di Venezia, e da oggi nelle sale, è una favola moderna. Quella di Carmine, Sandro, Cinzia, bambini di un quartiere di periferia nel nord degli anni Settanta. E del dottor Boldrini, il nuovo medico tanto stimato dai loro genitori. È lui l’uomo nero, l’orco della favola, un orco dalle sembianze gentili, che non sembra tale. Da lui i bambini dovranno liberarsi, anche se quella storia rimarrà attaccata loro, come ruggine.  Carmine, Sandro e Cinzia sono diventati grandi, li vediamo nella loro vita di tutti i giorni. E capiamo che c’è qualcosa che non va.

È il “racconto di un’estate”, Ruggine, come recitava il sottotitolo italiano di Stand By Me. E mentre anche il cinema americano, con J.J. Abrams e Super 8, ritorna a raccontare l’infanzia, anche il cinema italiano riprende a raccontare storie di infanzie spensierate e poi violate. Ovviamente qui, rispetto al cinema americano, tutto è più rarefatto, accennato. E desolato. I bambini si muovono in una singolare periferia meccanica e metallica, fatta di lamiere e depositi fatiscenti e arrugginiti. Le figurine di “Puliciclone”, le lucertole catturate e messe nelle bottiglie, i giornalini porno sono i giochi più o meno innocenti di questi bambini in bilico tra infanzia e adolescenza. Ma nell’aria afosa resta sospeso il sottile alito di un mistero, qualcosa che attende i bambini ignari, e li segue ancora oggi nelle loro vite.

È questa attesa a tenere in piedi il film. Un’attesa per qualcosa che viene svelato alla fine del film, ma che durante tutta la sua durata (un’ora e cinquanta minuti) finisce per rivelarsi estenuante. E vuota. Perché Gaglianone riesce a creare una grande atmosfera, rievocando con nostalgia gli anni Settanta (come aveva fatto Salvatores in Io non ho paura), ma non riesce egualmente a costruire un racconto. Tutto appare troppo rarefatto, diluito, i personaggi appaiono solo tratteggiati e mai disegnati appieno. Mentre l’orco di Filippo Timi è fin troppo caratterizzato dagli istrionismi di un attore sempre perfetto, ma qui forse eccessivo per quelli che sono i registri del racconto. In fondo, fino allo svelamento finale, non accade quasi nulla, soprattutto per quanto riguarda le scene nel presente, che si susseguono in montaggio alternato a quelle del passato, senza dire quasi nulla, reiterando all’infinito la stessa situazione. Così anche attori come Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi e Valeria Solarino, che sono Carmine, Sandro e Cinzia da grandi, sembrano quasi trattenuti e non utilizzati come potrebbero.

Gaglianone con il suo film fa poesia, arte. Spaventa creando rumori sinistri grazie al movimento di un ascensore, con il borbottio della voce di Timi. Racconta follia e solitudine con le gocce d’acqua che solcano il parabrezza durante un lavaggio. Crea un contesto desolato grazie alle pennellate metalliche della colonna sonora a base di chitarra rock di Evandro Fornasier, Walter Magri e Massimo Miride, che si integrano bene con la musica di Vasco Brondi, alias Le luci della centrale elettrica, che firma la canzone dei titoli di coda, Un campo lungo cinematografico. Ma sotto questa grande atmosfera la struttura del film manca di solidità. Non c’è un lieto fine nella favola dei tre bambini e dell’orco, perché anche da grandi i tre bambini non sono ancora liberi dal Male. Non è un lieto fine nemmeno il risultato del film Ruggine, riuscito solo a metà. Potrà avere un lieto fine il percorso artistico di Gaglianone, un regista che i numeri ce li ha.

Da non vedere perché: sotto una grande atmosfera, che ricrea con nostaglia gli anni Settanta, la struttura del film manca di solidità

 

05
Ago
11

L’arte di cavarsela. Bentornato, teen movie!

Voto: 6,5 (su 10)

Non ci sono più i teen movie di una volta. Quelli che divoravamo, e che seguivamo un po’ come una guida sentimentale. Oggi i teen movie sono quasi tutti paratelevisivi, tra cheerleader e prom night, con squinzie e bellocci. Ma forse c’è ancora qualche eccezione. Ecco L’arte di cavarsela, che spicca soprattutto per la presenza di due nipotini d’arte. Lui è il “nipotino” putativo di Johnny Depp, Freddy Highmore, il bambino di Neverland e La fabbrica di cioccolato, più volte lodato dall’attore feticcio di Tim Burton. È cresciuto, ed è un adolescente con un volto e uno spleen interessante, lontanissimo dai belloni fisicati di oggi: potrebbe diventare il nuovo Ethan Hawke. Lei è la nipote (vera) di Julia Roberts, Emma Roberts, l’abbiamo vista in Appuntamento con l’amore e Scream 4, ha un volto pulito e un sorriso e uno sguardo che conquistano: potrebbe diventare la nuova Natalie Portman. Qui sono due adolescenti che frequentano il liceo in attesa di diploma: lui è misantropo, nichilista, affetto da deficit motivazionale. O, a seconda dei punti di vista, uno sfaticato. Ma è bravo a dipingere. Lei è una ragazza normale, ma con una madre dalla vita sentimentale movimentata. Si incontrano sul terrazzo della scuola, quando lui la salva da un rimprovero, prendendosi la colpa per aver fumato una sigaretta. Sarà amore? A quell’età non è mai semplice.

L’arte di cavarsela è un Prima dell’alba in versione teen, un romanzo di formazione per adolescenti in cerca di un proprio posto nel mondo. È un film adolescenziale, di quelli che ormai non se ne fanno più, profondo anche se fino a un certo punto. Non ha i dialoghi di Prima dell’alba, certo, ma lo ricorda per come racconta uno di quegli incontri destinati a segnare, ma anche a rimanere sospesi. Non aspettatevi un lieto fine, quanto un “quieto” fine: perché spesso la vita è così. Forse il discorso sull’arte moderna, che attraversa il film, e la cornice borghese newyorchese, rendono il film un po’ più snob e più freddo di quello che potrebbe essere. Con qualche intellettualismo in meno sarebbe stato perfetto.

A proposito di teen movie, se Highmore e la Roberts hanno un futuro davanti a sé, c’è chi un futuro ce l’aveva e non l’ha sfruttato appieno. È Alicia Silverstone, star dei teen movie anni Novanta (Ragazze a Beverly Hills) nonché di storici video degli Aerosmith (Crying, Amazing, Crazy) e del peggiore Batman della storia (Batman e Robin). È invecchiata male, e vederla nel ruolo di una scialba prof di lettere fa sentire un po’ più vecchi anche noi. Poco male: c’è una nuova generazione di star. Benvenuti, Highmore e Roberts. Bentornato, teen movie!

Da vedere perché: è un Prima dell’alba in versione teen, un romanzo di formazione per adolescenti in cerca di un proprio posto nel mondo. È un film adolescenziale, di quelli che ormai non se ne fanno più

 

03
Ago
11

Hanna. La crudele e tenera favola di un’infanzia rubata

Voto: 6,5 (su 10)

Nikita. La sposa di Kill Bill. La sposa in nero di Truffaut. Trinity di Matrix. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. È la galleria delle donne combattenti che ha fatto la storia del cinema. Quasi mai avevamo visto però una bambina combattente, a parte la recente Chloe Moretz di Kick-Ass (ma la violenza lì era stemperata dalla cornice pop). Hanna (una bravissima Saoirse Ronan) ha sedici anni ed è stata cresciuta dal padre Erik (Eric Bana), ex agente CIA, come una perfetta macchina da guerra, forte, scaltra e insensibile, in attesa di una probabile vendetta da compiere. Qualcosa che attendiamo, e che crea un’atmosfera di sospensione nella bellissima prima parte del film, tra i ghiacci della Finlandia.

È un film algido, glaciale, e non solo per gli ambienti dove inizia, Hanna. Sono algidi i ghiacci dove la protagonista si esercita, sono freddi gli interni asettici, vetro e metallo, dell’ufficio della CIA dove si muove l’agente Marissa Wiegler (Cate Blanchett), sono algidi i volti di porcellana di Saoirse Ronan e Cate Blanchett. Il tutto è accentuato dall’eccezionale colonna sonora techno dei Chemical Brothers, cuore e scheletro metallici del film. Joe Wright, finalmente lontano dai film in costume come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione (lui che dice di amare David Lynch), raffredda volutamente il suo film, donandogli calore a sprazzi, poco a poco. Perché l’andamento di Hannah segue quello della sua protagonista: creata per essere fredda e insensibile, si scopre più calda, più tenera, man mano che conosce la vita.

Hanna è infatti allo stesso tempo una spy story, un thriller e un romanzo di formazione. Hannah, a sedici anni, esce per la prima volta dal bozzolo dove l’aveva chiusa il padre, e scopre pian piano il mondo e la vita. È vergine, pura, non ha ancora visto quasi niente. Così è naturale il suo stupore, carico di paura, davanti all’energia elettrica, la sua estraneità ai discorsi vacui del mondo di oggi. Hanna ci emoziona emozionandosi di fronte alla musica, o scoprendo per la prima volta cosa vuol dire avere un’amica (e la regia di Wright cambia registro, con la macchina da presa addosso ai volti delle due ragazze nella sequenza delle confessioni tra le due).

Hanna è un film che spiazza proprio per questa alternanza di toni e registri, è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come nella realtà, in altri modi, purtroppo accade spesso. E come in fondo accade ai bambini protagonisti delle favole (da qui il riferimento ai Fratelli Grimm), alle prese con orchi e prove difficili da superare. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna. È un film spiazzante anche per come si snoda la storia, che devia spesso dalla strada che ci si aspetta. Anche se spesso sembra andare troppo veloce: non convincono alcuni movimenti dei personaggi (dalla Finlandia si passa al Marocco, alla Spagna e a Berlino come se ci fosse il teletrasporto) e a tratti alcuni aspetti della loro psicologia, non spiegati completamente, soprattutto man mano che si arriva alla fine. Hanna è un film difficile da definire e da incasellare (forse per questo esce ad agosto?), ma molto coraggioso. Si chiude come era iniziato, con i cigni e la casetta innevata del luna park che richiamano le scene dell’inizio del film. E la stessa battuta che Hanna la cacciatrice aveva pronunciato dopo aver ferito un cervo. “Ti ho mancato il cuore”.

Da vedere perché: è allo stesso tempo crudele e tenero, come può essere la storia di una bambina strappata alla sua infanzia e adolescenza, alla sua vita. Come accade ai bambini protagonisti delle favole. Hanna potrebbe essere una favola postmoderna

 

17
Giu
11

Venere nera. Contro tutti i razzismi

Voto: 7 (su 10)

“Non ho mai visto testa umana più simile a quella delle scimmie”. Siamo a Parigi, nel 1817: l’anatomista George Cuvier sta parlando di Saartjie Bartman davanti al suo calco in un’affollata e applaudita lezione di anatomia all’università. Sembra di essere al centro di una scena di The Elephant Man. E la storia, in parte, è la stessa: un diverso che nella nostra società viene ridotto a due sole cose: il caso scientifico da esibire all’università o il fenomeno da baraccone. Era questo il destino del protagonista del film di David Lynch, è questo quello che accade a Saartjie. Che però, rispetto a John Merrick, ha una sostanziale differenza: è una donna normalissima, che viene dal Sud dell’Africa, che ha solo una struttura un po’ corpulenta e dei glutei piuttosto pronunciati, cosa normale per le donne del suo popolo, in seguito alla gravidanza. È la storia di Venere nera, il nuovo film di Abdellatif Kechiche, presentato all’ultimo Festival di Venezia e finalmente nelle sale.

Con un salto indietro il film passa alla Londra del 1815, una Londra dickensiana, affollata, sovraeccitata, dove Saartjie è arrivata dall’Africa con la promessa di lavorare nel mondo dello spettacolo: in realtà si esibisce in eventi simili al circo, dove viene mostrata come uno spettacolo al limite del selvaggio. Ruolo che lei, donna con una certa educazione e sensibilità, recita scissa tra la speranza di arrivare da qualche parte e la stanchezza di essere umiliata. Proprio come The Elephant Man, anche il film di Kechiche sta tutto nello sguardo. Se quello di John Merrick era uno sguardo spaventato dalla paura di far paura, che leggeva negli occhi degli altri, quello di Saartjie è apparentemente impermeabile all’esterno, lei che è cosciente di non essere un mostro, ma fisso su se stessa, e all’umiliazione che subisce il suo corpo. È uno sguardo fiero e mortificato allo stesso tempo. Ma Kechiche è attento anche allo sguardo del pubblico, uno sguardo perfido, lascivo, ignorante. Quel pubblico per cui Saartjie è una persona che non ha mai visto, e che crede un essere selvaggio. È ignoranza, quella del pubblico. È l’ignoranza che crea il razzismo. E se non è giustificabile, ma comprensibile, due secoli fa, non lo è assolutamente oggi. È questo che vuole dirci Kechiche, che parla dell’Ottocento per parlare della Francia di oggi, come ha dichiarato chiaramente al Festival di Venezia. Venere nera è un film contro tutti i razzismi e le discriminazioni. Non a caso il regista, nei titoli di coda, racconta che le spoglia di Saartjie sono state tolte dal museo dove si trovavano e restituite al Sudafrica solo nel 1974. Troppo tardi.  Il film di Kechiche mette in scena anche un altro aspetto del razzismo: il bisogno della gente di considerare qualcuno inferiore per sentirsi superiore ad esso, per scaricare su di lui i propri problemi. È accaduto due secoli fa, è accaduto con l’Olocausto, accade ancora oggi. Guardate negli occhi il pubblico e capirete anche questo.

Kechiche racconta questa storia con un film duro, doloroso, brutale. Un’opera che non fa alcuno sconto allo spettatore, un film di due ore e mezza che pieno di ripetizioni e scene molto lunghe: la sua macchina da presa insiste sulle azioni, e rimane incollata addosso al corpo di Saartjie (una bravissima Yahima Torres, attrice non professionista). Kechiche fa con l’attrice e lo spettatore lo stesso gioco che il “padrone” di Saartjie fa con lei e il pubblico: la svela poco a poco, crea curiosità su un corpo per poi mostrarlo sempre di più, facendolo prima recitare e poi abusando di lui sempre di più, come accade ai personaggi che finiscono per sfruttarlo e umiliarlo. In questo modo siamo tirati dentro al gioco e non possiamo uscirne. Se un difetto si può trovare al film, oltre a quello della lunghezza e della ripetitività, che però risulta funzionale al racconto, è che si esce dalla proiezione con un’idea, un messaggio e una tesi già costruite dal regista, e non rimane tempo per un ulteriore riflessione. Insomma, il film non resta attaccato a noi, non si insinua nella nostra testa come un’opera di questa forza dovrebbe. È comunque un film da vedere, un’opera importante che conferma la cifra del cinema di Kechiche, un cinema esteso e non soggetto ai ritmi e alle lunghezze del mercato. Un cinema fatto di corpi, che diventano il centro della narrazione (quello di Yahima Torres, dopo quello di Hafsia Herzi in Cous cous), chiamando addosso a sé la macchina da presa. Un cinema sempre empatico verso gli ultimi. Un cinema brutale, come la vita.

Da vedere perché: è un film contro tutti i razzismi e le discriminazioni

 

14
Apr
11

Lo stravagante mondo di Greenberg. Una seduta psicanalitica su pellicola

Voto: 6,5 (su 10)

Hurt people hurt people. La gente ferita ferisce la gente. È questo che si dicono Roger Greenberg (Ben Stiller) e Florence Marr (Greta Gerwig), due anime ferite che si incontrano in una Los Angeles illuminata da una fotografia bianca e sgranata che sa tanto di cinema americano indipendente anni Settanta. È a quel tipo di cinema che si ispira Noah Baumbach (Il calamaro e la balena) per Lo stravagante mondo di Greenberg. Ci racconta la storia di Roger, falegname che da New York arriva a Los Angeles per prendersi cura della casa e del cane del fratello, in Vietnam per aprire un hotel. Qui incontra Florence, la sua assistente personale, aspirante cantante. Greenberg è un maniaco depressivo, che punta al non fare “assolutamente nulla”, se non scrivere lettere di lamentele a qualunque azienda. Pian piano capiamo che un tempo scriveva canzoni e aveva una rock band, con la quale ha sfiorato un contratto discografico, il disco della vita, saltato per scelta sua. Così, insieme al proprio rimpianto, deve portare sulle spalle anche il senso di colpa di aver fatto fallire le altre carriere.

Lo stravagante mondo di Greenberg è un film maniaco depressivo, fatto di alti e bassi, degli sbalzi d’umore che ha chi soffre di questi disturbi. Sorrisi e battute a cui si ride a denti stretti si alternano a momenti catatonici e tristi. È una seduta psicanalitica su pellicola, un film sofferto, a dispetto del titolo italiano (tiratina d’orecchie a chi lo ha scelto, in maniera un po’ furbetta, aggiungendo “lo stravagante mondo di” accanto a Greenberg, il titolo originale) che, accostato a Ben Stiller, lo fa sembrare un film comico. È un film non facile da seguire, ma proprio il suo registro drammatico ci regala un Ben Stiller praticamente inedito, lontanissimo dal presentarci i suoi e dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni in carriera. È da antologia la scena della festa dei ventenni a base di cocaina, con il monologo sulla generazione “social network” e il suo trip sulle note di The Chaffeur dei Duran Duran, la perfetta canzone da cocaina (chissà che ne pensano Simon Le Bon e soci).

Baumbach, già co-sceneggiatore di Wes Anderson, non riesce qui a trasformare la depressione in fantasia stralunata, come nei film dell’autore americano. Così Greenberg (ma sì, chiamiamolo così) è un film che non riesce mai a decollare completamente, ad avere quello scarto che lo elevi un po’ dalle disperazioni terrene che racconta. È un film piuttosto monotono. Eppure riesce a colpire nel raccontarci la storia d’amore o di quel qualcosa che comunque nasce tra Florence e Greenberg. La viviamo come se fossimo noi a essere invaghiti di lei, ad aspettare un suo sì come una speranza per il futuro. Segno che qualcosa il film ce lo trasmette. Oltre a Stiller, il merito è di Greta Gerwig, bellezza insolita, arrendevole e dolente, bravissima a disegnare un personaggio speculare e complementare a quello di Stiller. Si avvicineranno, si faranno male, forse rimedieranno. La gente ferita ferisce la gente. Ma poi forse ripara. Così è la vita.

Da vedere perché: ci regala un Ben Stiller inedito, lontanissimo dai vari Fotter della sua carriera. Quella di Greenberg è una delle sue migliori prestazioni. Ma attenzione: non è un film comico

14
Apr
11

Habemus Papam. Nanni Moretti e il Papa in ansia da prestazione

Voto: 7,5 (su 10)

“Nanni, spostati e fammi vedere il film”. Questa battuta di Dino Risi ha accompagnato a lungo, e lo fa tuttora, la carriera di Nanni Moretti. Quasi che avesse voluto ascoltare il maestro, e rispondere a questa battuta, negli ultimi film Moretti si è spostato dal centro dell’inquadratura. Solo in parte, certo, e a modo suo. Nel senso che ha lasciato ad altri il ruolo da protagonista, e i suoi film non sono più i diari intimisti di Caro diario e Aprile, incentrati sul suo personaggio. Ora Moretti sforna dei kolossal, e sposta l’interesse verso personaggi molto più alti. Dopo il Berlusconi de Il caimano, ecco il Papa, inteso come figura e non come la persona dell’attuale pontefice, in Habemus Papam.

“Cosa faccio? L’attore. Viaggio da una città all’altra. Faccio le prove, le tournee”. È questo che il neoletto Papa Melville (Michel Piccoli), in fuga dal Vaticano, racconta alla psicanalista interpretata da Margherita Buy. Abbiamo appena assistito, dentro al conclave, alla sua elezione, tra cardinali che non sapevano chi eleggere, altri che copiavano, e tutti che chiedevano “non io, Signore, non sono all’altezza”. Ma può un Papa non sentirsi all’altezza del suo ruolo? Così al suo cospetto viene chiamato uno psicanalista, interpretato da Moretti stesso (ve l’avevamo detto che non si sarebbe spostato del tutto dall’inquadratura), tra mille conflitti, perché il concetto di anima e quello di subconscio non sono compatibili. In quel suo “faccio l’attore”, pronunciato dal Papa c’è tutto il senso del film, ed è un senso a più strati. Il Papa Melville infatti da giovane voleva davvero fare l’attore, ma non fu preso all’accademia. Ed è anche per questo che ora è in crisi, per non aver potuto fare quello che sognava. Ma in quel suo “faccio l’attore” c’è anche il significato di quello comporta essere Papa, come essere un capo di stato o qualunque altro ruolo di guida e carisma, quel dover recitare una parte, un copione fatto di rituali e tradizioni, di dover mostrare anche quello che non si è. In questo senso Habemus Papam è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare. Per questo il Papa vorrebbe la libertà dell’attore Salvo Randone, che con Vittorio Gassman una sera recitava la parte di Otello e una sera quella di Iago.

Moretti si è fatto da parte per mostrarci il Papa. Ma è chiaro che lo vediamo con i suoi occhi, quelli di chi è laico, non è credente. Con gli occhi di chi è razionale e vede molte cose come anacronistiche, inutili. Il Vaticano visto da Moretti è grottesco, surreale. Ma la sua non è una presa in giro, è più che altro lo sguardo, incredulo, e tutto sommato anche rispettoso, di chi è estraneo alla cosa. Habemus Papam non è il film militante anti Vaticano che molti fan di Moretti si aspettano. E infatti la politica rimane fuori, anche se chi vuole può considerarlo un film politico. Quello di Moretti è prima di tutto un viaggio dentro l’uomo che c’è dietro all’icona. E proprio come uomo il Papa ha l’ansia da prestazione che ci caratterizza ormai tutti. Non è un Moretti tagliente, è un Moretti che smussa gli angoli, anche se qualche stilettata la lancia: il Vaticano dove la benzina costa meno, dove c’è la farmacia con le medicine che non si trovano a Roma. “Da tempo la Chiesa ha difficoltà a capire le cose, abbiamo avuto difficoltà ad ammettere le nostre colpe”. Fa dire anche questo al suo Papa, Moretti, e sono comunque parole importanti, pesanti, che in molti auspicherebbero di sentire, dentro e fuori la Chiesa. Da questo punto di vista, Habemus Papam può essere visto come un film politico, ma senza politica. Forse perché ormai non esiste più.

Habemus Papam può essere visto anche come il secondo capitolo di un dittico, o di una ideale trilogia ancora da compiere sui grandi misteri dell’Italia, da spiegare all’estero, dove Moretti è amatissimo. Dopo il mistero Berlusconi, c’è il mistero del Vaticano. Da Il caimano ad Habemus Papam si passa da chi non ha dubbi e non si mette in discussione a chi non si sente all’altezza, da chi ha fede solo in se stesso a chi ha fede in Dio. Da chi ha incarnato il peggio degli aspetti della modernità a chi dalla modernità è ancora lontano. Entrambi i protagonisti sono circondati da un circo mediatico enorme.

E Moretti? Si è davvero spostato per farci vedere il film? In parte. Il protagonista è un altro, ma lui si è ritagliato il ruolo del matto shakespeariano, del jolly che spariglia le carte e fa saltare il banco. Incredulo in un mondo che non è il suo, il suo psicanalista diverte, tra critiche e partite di pallavolo, mette in mostra le incongruenze del sistema come un Candido di Voltaire. Si ritaglia il ruolo più simpatico e divertente, controcanto all’amara vicenda del Papa e necessario per alleggerirla. Sfrenato come attore, rigoroso come regista, perché, pur privilegiando l’uomo, sfrutta tutto quello che di scenografico c’è nella storia, dall’architettura di San Pietro al rosso porpora degli abiti cardinalizi, fino ai colori delle guardie svizzere, per costruire un film spettacolare. Nanni insomma si è spostato dall’inquadratura, ma continua a far capolino davanti alla macchina da presa. E continua a piacersi molto. Si prende in giro anche su questo. Tanto da far dire al suo personaggio: “Che condanna. Me lo dicono sempre tutti che sono il più bravo”.

Da vedere perché: è un film shakespeariano, perché racconta come un ruolo può intrappolare l’uomo fino a diventare una prigione, un fardello pesante da portare

 












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