Archive for the 'documentario' Category



07
Set
09

Venezia 66 Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalismQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

(Pubblicato su Movie Sushi)

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11
Mag
09

Terra madre. Vivere con meno: il nuovo Rinascimento

Voto: 8 (su 10)

LocandinaÈ uno di quei film a cui si vuole bene, questo Terra madre di Ermanno Olmi. Per quello che dice e per come lo dice. Terra madre è un documentario che nasce nel 2006, quando Carlo Petrini, fondatore del movimento Slow Food, ha inviato a Olmi il primo appunto su quello che sarebbe potuto diventare un film “politico e preveggente”. Olmi ha poi iniziato le riprese nell’ottobre del 2006, durante il Forum Mondiale Terra Madre, che ha riunito a Torino settemila contadini e pescatori provenienti da 153 nazioni del mondo. Il cui mondo è assediato dalle grandi imprese il cui scopo è il profitto: guadagnare interessa anche ai contadini, ma senza che questo vada a scapito della terra, che loro amano e rispettano.

Con un salto alle Isole Svalbard, in Norvegia, veniamo a conoscere una banca dei semi, in cui, grazie al grande freddo, vengono portate in salvo le specie delle piante in via d’estinzione. Riscaldamento globale, uso smodato di fertilizzanti, iperproduzione in nome del profitto stanno infatti svuotando e impoverendo una terra a cui viene chiesto ormai troppo. Una terra che arata e riarata perde l’humus e non trattiene l’acqua che finisce per portarla via. Il nuovo modello che Terra madre si propone è di lavorare la terra, ma di non interferire con il lavoro della natura.

Vivere con meno sarà il nuovo Rinascimento, sentiamo dire nel film. E ci sembra il messaggio giusto per rappresentare questi anni di recessione e crisi. Per resettare e ripartire, con un nuovo modello sostenibile. Così viene raccontata la storia de L’uomo senza desideri (di Ignazio e Fulvio Roiter), un uomo che nel nostro nordest si è ritirato a vita privata, coltivando e costruendo da solo tutto ciò che aveva bisogno: aveva poco, ma in realtà aveva tutto. A cui fa da controcanto uno studente di quindici anni che in Massachusets ha fatto partire il progetto di un piccolo orto sito nel campo di calcio della scuola, che ha fornito cibo per la mensa dell’istituto.

Terra madre porta in dote un messaggio fatto di informazioni semplici ma importantissime, e lo rafforza con la bellezza dei volti, delle idee e dei suoni che vengono da tutto il mondo, in nome del pensiero “glocal” (global + local) che in molti auspicano sia il futuro del mondo, in antitesi alla globalizzazione spinta. Alterna perfettamente una prima parte politica e programmatica a una seconda parte poetica e contemplativa. È quella girata da Franco Piavoli (L’orto di Flora) nella Valle dell’Adige. Sono immagini che seguono un contadino nel suo lungo e paziente lavoro quotidiano, e sono la messa in pratica di quello che fino a quel momento ha detto il film. Lunghi momenti di silenzio, di osservazione della natura e del lavoro sulla terra. Immagini di lentezza e pazienza, in contrasto con le scie degli aerei che passano nel cielo, ma che sono lontanissimi. Motori, carburante e velocità, sopra. Terra, flora e fauna, sotto. Dove tutto sembra immobile, e si muove lentissimo. E dove un bambino può ancora restare stupito di fronte alla natura, alla forma, al colore e al gusto dei suoi frutti. Durante la visione di Terra madre, quel bambino siamo tutti noi.

Da vedere perché: Prima politico e programmatico, poi poetico e contemplativo, il film di Olmi ci mostra qual è la strada da intraprendere per il futuro.

 

 

15
Mar
09

Cinema Universale d’Essai

 Voto: 7(su 10)

esternoInterattività. Se ne parla tanto oggi. Ma già quarant’anni fa esisteva l’esperienza di un cinema interattivo, dove si andava con l’idea di poter entrare nel film, di partecipare allo spettacolo. Era il Cinema Universale d’Essai, a Firenze, nel quartiere operaio del Pignone, a metà strada tra la periferia e il centro. Oggi è una discoteca alla moda, come vediamo nel documentario di Federico Micali che ne racconta la storia. Era un cinema unico, dove ogni sera partivano commenti ad alta voce, cori, slogan. E anche Bella ciao. “Quando volevo vedere un film era l’ultimo posto dove volevo andare” sentiamo dire a una delle tante voci che ci raccontano quell’esperienza. Ricostruita proprio grazie ai racconti di chi c’era, visto che il materiale di repertorio è pochissimo (ma a qualcuno venne l’idea di registrare l’audio di quello che accadeva), e a qualche sequenza di animazione in stop-motion. Un continuo gioco in bilico tra il visto e il non visto, che fa leva sulla nostra immaginazione. Il film è proiettato al Politecnico Fandango di Roma, poi sarà al Messico di Milano, a Ferrara, Bologna e Padova. E in dvd al Caffè Fandango e presto da Feltrinelli.

Il Cinema Universale nasce con l’avanspettacolo: non solo cinema, ma spettacoli dal vivo, durante i quali il pubblico si produceva in commenti coloriti, lanci di lupini e gente gettata sul palco. Era il periodo dei film di cowboy, in cui si faceva il tifo per loro “perchè ci avevano detto che erano quelli buoni”. L’alluvione del 1966 blocca tutto e chiude la prima fase dell’Universale. Che rinasce poco dopo come cinema d’essai. Gli spettatori potevano richiedere i titoli che preferivano, e la programmazione mirata portava al cinema gli studenti universitari di sinistra. Ne usciva un centro sociale misto a un coffee shop misto a un laboratorio.

Ma l’impegno culturale e politico era filtrato dalla tradizione dell’Universale e dallo spirito toscano. Così si continuava a entrare al cinema in bici, ad andare in bagno per vedere le donne. E a commentare. Nacque tutto con il colpo di una pistola giocattolo durante un western: da lì in poi fu tutto un cercare di essere lo spettacolo nello spettacolo. Si entrava in sala con i petardi, con le racchette da tennis, si insultava la cassiera.

 

Si respirava un clima di contestazione, di anarchia. Era il 1977, gli anni delle rivolte e della repressione. Così internodurante Fragole e sangue, in sala si tiravano gli oggetti contro lo schermo, durante la scena dell’arrivo della polizia. E una sera in sala la polizia arrivò davvero… La stessa cosa accadeva con If, e alla scena della ragazza che dal tetto sparava al preside partivano puntuali gli appassionati applausi. Passavano film di contestazione e libertà, Zabriskie Point, Easy Rider. Ma anche film difficili venivano visti da tutti, non solo dagli intellettuali. Ovviamente venivano commentati… e migliorati, secondo molti! Commentare era un rischio: si veniva applauditi, o mandati a quel paese.

Si può immaginare cosa accadeva con i film musicali. Da quelli degli Who e dei Led Zeppelin al film su Woodstock, con Jimi Hendrix che riproduceva il suono delle bombe in Vietnam durante la sua versione dell’inno americano. La gente cantava, faceva con la voce gli assoli della chitarra, ancora più scatenata, visto che non c’era trama da seguire…

 

La fine degli Anni 70 coincide con l’arrivo dell’eroina, che distrugge una generazione. Molti degli intervistati ricorda di amici persi in questo modo. Negli Anni 80 l’impegno si stempera e cominciano ad arrivare i gruppi legati alla Fiorentina. Che trasformavano Fuga per la vittoria in Fiorentina-Juve: i nazisti erano vestiti di bianco e nero… La programmazione diventa più leggera, con La signora in rosso e Blade Runner. Erano anni di grande fermento a Firenze, culla della new wave italiana, di gruppi come Diaframma, Litfiba, Neon.

Ma continuavano ad accadere le cose più impensabili. In BirdyLe ali della libertà, alcuni piccioni vennero lanciati verso lo schermo. Un’altra volta toccò a delle rane essere imbustate e portate in sale. C’è poi l’episodio più leggendario dell’Universale: qualcuno entrò in sala con una vespa, facendo vari giri e restando quasi tutto il film. Ogni fiorentino sa questa storia. Così come la battuta più famosa: durante Highlander, Christopher Lambert incontra un suo amico di colore e gli chiede “dove sei stato?” “A Follonica, e senza ombrellone” era la storica risposta. Così si andava a vedere Arancia Meccanica vestiti in bianco con le bretelle, e una volta usciti, ci si continuava a menare.

 

Alla fine degli anni 80 il pubblico cominciò a degenerare, non si andava più per commentare ma per fare caciara e basta. La trasformazione dell’Universale in discoteca è quella di Firenze, da città viva a città vetrina. L’Universale chiude nell’89, mentre cade il muro di Berlino. Secondo molti, qualche nesso ci deve essere.

 

Da vedere perché: Cinema (nel senso del locale cinema) d’altri tempi, come non ce ne sono più

 

 

 

 












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