16
Gen
12

Shame. Il sesso come prigione

Voto: 8 (su 10)

Shame come  vergogna. Quella della dipendenza da sesso, malattia figlia dei tempi che viviamo, bombardati come siamo oggi da input di tutti i tipi, ritmi di lavoro eccessivi, e spesso da una vita affettiva raggelata. È così per Brandon (Michael Fassbender), il protagonista del film, broker di Wall Street perduto in una New York tutta acciaio e vetro, dove tutto è lucido, tutto è solo una superficie su cui scivolare, pura apparenza. È una New York fatta di specchi, dove guardarsi con vergogna. Brandon, che sembra uscito da uno dei romanzi minimalisti sulla New York degli anni Ottanta, quelli di Brett Easton Ellis e Jay McInerney, è bello, elegante, ricco: può avere tutto, comprare tutto. Anche il sesso. I suoi comportamenti diventano sempre più compulsivi. E le cose sono destinate a complicarsi quando arriva in città la fragile sorella Sissy (una struggente Carey Mulligan), a incrinare il già fragilissimo equilibrio di Brandon. E ancora di più quando un’affascinante collega prova a imbastire con lui una relazione. A fare l’amore, invece che sesso.

Shame, opera seconda del videoartista inglese Steve McQueen, tanto raffinata quanto dolorosa, ha il pregio di non mostrare il sesso solo come depravazione, ma anche come fascino e seduzione.  Non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. Facendoci capire che forse questa storia può riguardarci tutti. Perché riguarda la nostra società usa e getta. McQueen è bravo a trasmettere il desiderio e poi il vuoto. Lo fa sfruttando corpi eleganti e bellissimi e ambienti freddi e vuoti, a evocare animi raggelati e desolati.

Acciaio e vetro, come la New York in cui si muove, sembrano essere anche gli occhi di Michael Fassbender. A prima vista appaiono freddi, spietati, come quelli di un cacciatore. Ma il suo Brandon è un cacciatore suo malgrado. È un prigioniero, proprio come lo era in Hunger, opera prima di McQueen. Così su quegli occhi di vetro scivolano le lacrime, si legge la vergogna, il ghiaccio si scioglie e rimane la disperazione. Attore superdotato, nel senso di talento e non solo, visto che il suo nudo frontale ha fatto scalpore. Il nudo di Fassbender apre il film spiegandoci subito la sua condizione di essere indifeso di fronte al mondo. Fassbender, futura star del cinema mondiale, ha un volto da cinema d’altri tempi, da anni Quaranta o Cinquanta: la mascella quadrata, il volto perfetto, un contegno alla Cary Grant. Ma sotto quel contegno cova la passione. Ghiaccio fuori, fuoco dentro.

Da vedere perché: non è un film né moralista né pietista, ma drammatico e tragico. Ci attrae e poi ci fa sentire in colpa, mettendoci sullo stesso piano del protagonista. E Michael Fassbender è la futura star del cinema

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