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Ott
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Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza

Voto: 6,5 (su 10)

È gelido, innevato, desolato l’ambiente dove si svolge Blood Story, in originale Let Me In, remake hollywoodiano di Lasciami entrare, finalmente uscito in Italia con questo nuovo titolo. Si tratta di un’operazione piuttosto attesa: un film molto particolare, un horror raggelato e raggelante arrivato dalla Svezia, e molto diverso dai prodotti in giro oggi, è stato rifatto dal regista di Cloverfield, che, raccontandoci una storia in soggettiva tramite l’occhio di un’handycam, ci aveva spaventato non poco. La storia è nota: un bambino di dodici anni, dai genitori perennemente assenti (il padre non c’è e la madre non si vede mai in viso), è vittima di episodi di bullismo a scuola, è solo ed insicuro. Un giorno arriva nel suo condominio una ragazzina della stessa età, accompagnata da un uomo più anziano, che potrebbe essere suo padre. Mentre i due ragazzini legano, l’uomo si rende protagonista di efferati delitti.

Dalla Svezia siamo passati a Los Alamos, New Mexico, Stati Uniti d’America. Matt Reeves rilegge bene l’opera originale, lasciando intatta la storia e l’atmosfera desolata e raggelata. Non ha senso vedere questa cosa come un difetto, perché Blood Story è destinato a un pubblico, quello americano, che non ha visto il film originale (gli yankee, si sa, non amano vedere film non nella loro lingua e sottotitolati) e assisterà alla storia per la prima volta nella versione di Reeves. A cambiare, come ci si poteva attendere, sono i momenti delle aggressioni, notevolmente più horror che nell’originale. La piccola protagonista si muove ha gli occhi malati e i movimenti velocissimi di un ragno indemoniato, a metà tra L’esorcista e i mostriciattoli di Cloverfield.

Se Reeves spinge sul pedale del sangue molto di più rispetto all’originale, riesce a trovare un suo stile personale, diverso sia da Lasciami entrare che dal suo Cloverfield. Il suo filmare con la macchina da presa addosso a corpi, volti e oggetti, dove l’originale prediligeva di più i campi lunghi e il fuoricampo è anche l’antitesi alla visione di Cloverfield, dove le immagini corrispondevano all’occhio umano e questo alla telecamera dei personaggi, e quindi spesso vedevamo con loro le immagini da lontano. Sembra invece un omaggio a Cloverfield la soggettiva all’interno della macchina nella scena dell’incidente, con una macchina da presa fissa che si capovolge insieme all’automobile.

Reeves ha accentuato, ma senza gli eccessi che ci si aspetterebbe da un film americano, il lato horror di un film che in fondo è horror fino a un certo punto. La cornice è quella, visto che si parla di vampiri e di efferati delitti. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, dell’orrore dell’adolescenza, di un’età in cui si è in trasformazione e capire la propria identità è sempre complicato. In fondo Blood Story è un romanzo di formazione, una storia d’amore e di amicizia.  Un po’ come Twilight, ma con una profondità e una delicatezza completamente diverse. Sì, perché qui l’horror è una metafora per raccontare due giovinezze abbandonate, due solitudini che non possono che avvicinarsi, le storie di due bambini emarginati e soli che non possono che aiutarsi.

Siamo nell’America del 1983, e in scena, attraverso le tv, vediamo spesso Ronald Reagan. Un personaggio che arriva dai ricordi del Reeves adolescente, ma che qui rappresenta anche l’impossibilità di distinguere il bene dal male. Cosa capiterebbe a un ragazzo se sentisse parlare un presidente di bene e male in maniera semplicistica come fa Reagan? Al centro di Blood Story c’è anche questo. Dei personaggi che compiono azioni cattive, ma a cui non possiamo che volere bene, perché quella è l’unica cosa che possono fare. Il loro destino è segnato, e per loro è anche l’unico possibile.

Da vedere perché: è un ottimo horror. Ma sarebbe più corretto parlare di orrore, quello dell’adolescenza

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2 Responses to “Blood Story. Horror? L’orrore dell’adolescenza”


  1. ottobre 14, 2011 alle 2:09 pm

    Un giorno devo trovare il coraggio di vederlo… ho voluto troppo bene all’originale, ma la tua recensione è l’ennesimo parere buono che leggo a riguardo del remake!Lo prenderò come un altro invito a dare una chance a Reeves!

    • 2 allucineazioni
      dicembre 1, 2011 alle 4:20 pm

      Sì, ne vale la pena. Non toglie niente all’originale, nel senso che ne rispetta l’idea, e quindi vederlo non “rovina” la visione di Lasciami entrare. Ovviamente è più americano, che in questo caso significa più violento, più esplicito. Ma Matt Reeves è riuscito contemporaneamente a rispettare l’orginale e a farne un’opera personale: ci ha messo dentro i suoi anni Ottanta, Reagan, Let’s Dance di David Bowie. Insomma, Matt Reeves ci sa fare…


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