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Mar
11

La fine è il mio inizio. Un film parlato

Voto: 5,5 (su 10)

Disegna un cerchio che si chiude, Tiziano Terzani, interpretato da Bruno Ganz, nella prima scena de La fine è il mio inizio, tratto dall’ultimo libro della sua vita, scritto insieme al figlio Folco. Il libro è ora diventato un film. Tiziano Terzani, grande viaggiatore, famoso giornalista, autore di libri di successo, si ritira con la moglie nella sua villa in Toscana. Sente che la sua vita sta per finire, e vuole chiudere il cerchio. Così chiama il figlio Folco (Elio Germano) per dettargli le memorie della propria vita, dall’infanzia di povertà a Firenze, agli anni vissuti da corrispondente in Asia, soprattutto in Cina, fino alla malattia, e al viaggio dentro se stesso che ha fatto per accettare l’idea della morte. Che è culminato con tre anni di isolamento presso un grande saggio sull’Himalaya. Il dialogo con suo figlio, che vediamo in questo film, diventerà il libro da cui questo film è tratto.

La figura di Tiziano Terzani è di quelle che incutono rispetto, che si guardano come dei maestri. Se la sua vita, le sue riflessioni, la sua testimonianza, sono importanti, interessanti, e su questo non c’è dubbio, è anche lecito chiedersi il senso di un’operazione come questa, e qui di dubbi ce ne sono. Parliamo dell’idea di trasformare un libro simile in un film. Davanti a un testo di questo tipo, allo stesso tempo un racconto biografico e un monologo interiore, uno sceneggiatore e un regista hanno varie possibilità. Una è quella di sceneggiare e trasporre in immagini i ricordi cosiddetti “storici”, quelli ambientati in un luogo preciso, in un tempo preciso, dove sono accaduti i fatti più importanti della vita raccontata. E scegliere delle immagini suggestive per accompagnare la parte più interiore della storia, quella fatta di riflessioni. La regia ha invece scelto una via opposta, più pulita, più semplice, meno ad effetto. Ha cercato cioè di tornare indietro nella vita di Terzani, ma non agli inizi: alla sua fine, nel momento cioè in cui il libro è stato dettato al figlio. In tutto il film la vita di Terzani è raccontata dall’attore che lo interpreta, mentre parla con il figlio. In questo modo ha valorizzato il rapporto tra padre e figlio, e ha fatto vedere le fasi finali della malattia di Terzani. Bruno Ganz ed Elio Germano sono bravissimi. Ma in questo modo ci chiediamo che senso abbia fare un film, e perché lo spettatore dovrebbe andare al cinema per sentirsi raccontare la storia di Terzani da Ganz (doppiato, tra l’altro), invece di leggere direttamente il libro. La fine è il mio inizio, nella sua versione su pellicola, è un film parlato, un racconto filmato, non sapremmo neanche dirvi se è cinema.

Oltre che ad avere poco movimento, il rischio di girare un film in cui si racconta un libro, senza sceneggiare una storia con degli avvenimenti, è che si vada a sfidare direttamente le parole di Terzani come sono nel libro, comunque sintetizzandole, scegliendole, semplificandole. E finendo anche per banalizzarle. Portato al cinema, un libro come questo rischia allora di perdere la sua forza. E indugiare sulla malattia del protagonista rischia sempre di fare qualcosa di ricattatorio, di far pensare troppo alla sua fine, invece che al suo intero percorso. 

Da vedere perché: Tiziano Terzani è una grande figura del giornalismo e ha vissuto una vita interessante. Ma il film non apporta niente al personaggio: allora perché non leggere il suo libro?

 

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