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Non lasciarmi. Anche i cloni sognano

Voto: 7 (su 10)

Sembra un collegio come tanti, quello dove crescono Kathy, Tommy e Ruth. Hailsham è immerso nella campagna inglese, è antico e austero, come tanti di quelli che abbiamo visto molte volte al cinema. I bambini che assistono disciplinati alle lezioni ci sembrerebbero degli orfani. In realtà il collegio, e quei bambini, sono ben altro. Tanto vale dirlo, visto che Non lasciarmi, il film, rispetto al libro di Kazuo Ishiguro da cui è tratto, mette subito le cose in chiaro: i ragazzi di Hailsham sono dei cloni, creati apposta per fornire organi alle persone normali. Destinati a vivere poco, con una data di scadenza impressa. Con un destino già segnato. Eppure, se gli androidi di Philip K. Dick sognavano pecore elettriche, anzi unicorni, nel caso della trasposizione su pellicola, Blade Runner, i cloni di Non lasciarmi sognano quello che sognano tutte le persone normali. L’amore, l’amicizia, un lavoro. Sono umani o no? Sì, perché i loro desideri e i loro bisogni sono quelli di tutti noi. Eppure c’è in loro una consapevolezza del loro compito, una rassegnazione al loro destino che li caratterizza. Perché non si ribellano? Perché non scappano? Le mucche da macello non scappano se apri i cancelli del loro recinto. I cloni sono stati istruiti e allevati per questo, e non immaginano un destino diverso.

Non lasciarmi, prima che un bel film, è un romanzo incredibile, una storia bellissima. Un racconto che opera su più strati e che si insinua in noi creando infiniti spunti di riflessione. È una metafora della società, di un mondo che da sempre, nei secoli scorsi come nel civilissimo ventunesimo secolo, lascia indietro qualcuno per garantire privilegi agli altri. I cloni di Hailsham sono come tanti “ultimi” a cui sono negati i diritti umani, tante figlio di un Dio minore per i quali un futuro migliore non è nemmeno in considerazione. Visto che umani non sono considerati, se non da qualcuno. Ma Non lasciarmi è anche una metafora della vita, del bisogno che abbiamo tutti di scongiurare la morte, di far durare la felicità più a lungo possibile, di tenerci stretto ciò che amiamo. In questo racconto così iperbolico Ishiguro non fa che accentuare certi aspetti della vita che appartengono a tutti. Solo che così sono più evidenti. In fondo Non lasciarmi parla di tutti noi, esplora il mistero della vita.

Il romanzo di Ishiguro ha una grande attenzione per i particolari. Soprattutto c’è un’attenzione per gli oggetti, per quelle buone cose di pessimo gusto, come direbbe Gozzano, che i ragazzi riescono a trovare negli incanti e nei baratti del collegio. Cose a cui i cloni sono attaccatissimi, perché contribuiscono a costituire parte della loro anima, un habitat che non sia così neutro come quello che è stato prospettato loro. In una parola: un’identità. Così come le loro creazioni artistiche, e la fantomatica galleria dove vengono conservate. Sono come le foto per la replicante Rachel di Blade Runner, la memoria di chi non ha un passato. I cloni di Non lasciarmi non hanno origini, genitori, e così vanno alla spasmodica ricerca dei loro “possibili”, i modelli su cui sono stati creati.

Il film Non lasciarmi non può soffermarsi a parlare degli oggetti, come accade nel libro. Ma lo fa con le immagini, fissandoli su pellicola. Inevitabilmente il regista Mark Romanek semplifica, rende tutto più esplicito, va più veloce del racconto sul libro, e perde molte sfumature. È una versione spogliata di tanti aspetti del libro, ma che riesce a mantenere intatta l’atmosfera della storia. Che, a differenza dei molti film di fantascienza distopica, più che inquietante è malinconica, rassegnata, dolente. Non c’è infatti niente di tecnologico, ma una cornice assolutamente realistica e retrò (siamo tra il 1979 e gli anni Novanta), e nessun orpello tipico della fantascienza. Perché, al di là dello spunto, Non lasciarmi è soprattutto un mélo, una storia d’amore struggente. A cui contribuiscono un regista di talento, quel Mark Romanek che, dopo One Hour Photo, si dimostra bravissimo a raccontare l’alienazione in modo crudo e senza sconti. E soprattutto degli attori bravissimi (Andrew Garfield e Carey Mulligan più di Keira Knightley), che colgono perfettamente lo spirito dei personaggi. Dei ragazzi dolenti, fragili, indifesi, stupiti, spauriti di fronte alla vita. Come, in un momento o nell’altro, è stato ognuno di noi.

Da vedere perché: è una storia bellissima. Un racconto che opera su più strati e che si insinua in noi creando infiniti spunti di riflessione.

 

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6 Responses to “Non lasciarmi. Anche i cloni sognano”


  1. aprile 15, 2011 alle 7:02 am

    Bellssima riflessione anche la tua, complimenti.
    Anch’io ho gradito molto la performance registica di Romanek, il quale dirige con singolare gradevolezza, componendo quadri a ogni scena, fissando la MdP in angoli inusuali e rendendo la forma del film così aperta che la nostra curiosità non può far altro che crescere, attendendo sempre un episodio illuminante e rivelatorio.

    • 2 allucineazioni
      aprile 15, 2011 alle 8:28 am

      Grazie. Anch’io trovo che Romanek sia un regista notevole, non solo per inquadrature e movimenti di macchina, ma anche per come dirige gli attori: le loro interpretazioni sono ottime, e riescono a rendere una storia per così dire “fantascientifica” così reale, sentita, dolente e vicina a noi. Qualche piccolo dubbio l’ho avuto sulla sceneggiatura di Alex Garland che opera tanti piccoli “tradimenti” rispetto al libro, tagliando piccoli momenti importanti, e anticipando alcuni eventi in scene precedenti a quelle in cui accadono nel libro. Ma credo che sia il dazio da pagare per ridurre un romanzo così complesso in poco più di novanta minuti. L’importante è che il mood e il senso del libro rimangano intatti, e in questo è bravissimo Romanek. Ti consiglio di leggerti il libro, perchè è un vero gioiello.

  2. maggio 19, 2011 alle 12:20 pm

    Hai scritto un pezzo splendido.
    Ho visto Never let me go (che sottotitolo orribile, in italiano…)un paio di mesi fa e mi ha lasciato freddamente perplessa. Eppure si è insinuato sotto pelle, ha trascinato la meditazione post-visione (che di solito è quasi immediata) nelle settimane, rendendolo in qualche modo speciale. Splendida fotografia, triste, grigia, a tratti funerea.

    One hour photo invece non mi è piaciuto, trama banale nonostante le premesse.

    Bel sito, me lo girerò in lungo e in largo.

    • 6 allucineazioni
      maggio 30, 2011 alle 8:51 am

      Ciao Alice! Grazie per i complimenti sul sito, e scusami se rispondo solo ora… Se Never Let Me Go non ti ha ancora lasciato e si è insinuato in te, ti consiglio di leggere il libro, è veramente intenso, e il discorso è ancora più profondo, fatto di tanti piccoli particolari che ci fanno capire la condizione di questi ragazzi… A presto!


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