07
Mar
11

Il gioiellino. I soldi non ci sono più? Inventiamoceli

Voto: 7,5 (su 10)

“A parte quei 14 miliardi di buco, l’azienda è un gioiellino”. Incredibile ma detto: sono parole di Calisto Tanzi, famoso e nefasto patron della Parmalat. Sono proprio queste parole ad aver ispirato il titolo del film Il gioiellino, opera seconda di Andrea Molaioli, che alla vicenda Parmalat è chiaramente ispirato. Dopo La ragazza del lago, un classico giallo, Molaioli si addentra ancora nella profonda provincia italiana, ancora una volta spettatrice di un crimine dove non c’è da scoprire un assassino, perché lo conosciamo già. Si scrive Leda, l’azienda gioiellino al centro della storia, si legge Parmalat, certo, ma non solo: Il gioiellino esce dalla cronaca per diventare racconto paradigmatico, simbolico. Per raccontare quell’Italia e quel momento (siamo all’inizio degli anni Novanta, guarda caso la nascita della Seconda Repubblica) in cui la sana imprenditoria italiana, quella delle aziende gestite con la “diligenza del buon padre di famiglia”, è passata a lato oscuro della Forza, e ha fatto del falso in bilancio il suo strumento principale, e della finanza creativa una nuova materia. “I soldi non ci sono più”. “Inventiamoceli”.

Amanzio Rastelli (Remo Girone) è il padre-padrone della Leda, e ha messo ai posti di comando dell’azienda  parenti stretti e uomini di fiducia, persone i cui studi si fermano al diploma di ragioneria, inadeguate alle sfide internazionali che pone il mercato. Come Ernesto Botta (Toni Servillo), ispirato a Fausto Tonna, braccio destro di Tanzi. Ma l’ambizione è grande, e tra banche di New York, mercati dell’Est Europa, squadre di calcio e conti alle Cayman, l’azienda si indebita. Si falsificano i bilanci, si inventano soldi che non ci sono, fino a che la corda viene tirata troppo. Molaioli e i suoi sceneggiatori hanno scelto di non scrivere un film di inchiesta, ma una sorta di tragedia elisabettiana dove tutti i protagonisti sono destinati a finire male, cosa che sappiamo fin dall’inizio. Di raccontare la vicenda dall’interno, provando a capire le motivazioni di queste persone. Non dei cattivi a tutto tondo, ma uomini attaccati al loro lavoro, e al denaro, che, per non mollare il controllo, per non dichiarare il loro fallimento, sono pian piano scivolati verso azioni sempre più ardite. Fino a sorpassare, sempre più nettamente, il  limite della legalità. Per questo Il gioiellino è un film sintomatico dell’Italia di oggi, dove il limite tra legale e illegale è sempre più sfumato, nel privato ma anche nel pubblico, in economia come in politica.

Il gioiellino è il nuovo prodotto di Indigo Film, una casa di produzione che ha già un suo stile ben definito. I suoi film (prima di questo, La ragazza del lago e La doppia ora) sono molto poco italiane, e molto internazionali: è un cinema asciutto, freddo senza fronzoli. Indigo Film è anche quella che ha prodotto i film di Paolo Sorrentino. E Molaioli si porta qui in dote anche un po’ del suo cinema: dalla fotografia, nitida e cupa, da tragedia teatrale, di Luca Bigazzi, alla musica tecnologica e minimal di Teho Teardo. Dal cinema di Sorrentino arriva anche il grande Toni Servillo, che giganteggia in un cast perfetto (accanto a Remo Girone, protagonista dalla cattiveria dimessa, non dimentichiamo la fredda e affascinante Sara Felberbaum, nipote di Rastelli), in un’interpretazione fatta di cattiveria e vizi, modestia e avidità. Se dovessimo definire con una parola il cinema di Molaioli, diremmo “lucido”. Inteso sia nel senso della nitidezza e dell’eleganza dell’immagine, levigata senza essere mai patinata, sia per la lucidità dello sguardo, capace di raccontare una storia cogliendone i tratti essenziali senza eccedere, senza cercare mai il colpo ad effetto, l’ammiccamento verso lo spettatore. Per capire la raffinatezza di Molaioli, guardate la sequenza in cui Rastelli/Girone scompare nell’ascensore e la porta a specchi rivela l’immagine di Botta/Servillo. Come a dire che uno è lo specchio dell’altro e le azioni dell’uno si riflettono in quelle dell’altro. Ma anche come il capitalismo, come ricorda George Soros, è “un gioco di specchi, in cui non si distingue più la realtà della sua immagine”. Chiarissima, da questo film, appare invece l’immagine dell’Italia. Si inizia parlando di valori, e si finisce, letteralmente, a puttane.

Da vedere perché: è un film sintomatico dell’Italia di oggi, dove il limite tra legale e illegale è sempre più sfumato, nel privato ma anche nel pubblico, in economia come in politica.

 

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