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Feb
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Gianni e le donne. Quando invecchiare è naturale…

Voto: 7 (su 10)

Sembra di essere ancora in Pranzo di ferragosto quando inizia Gianni e le donne, l’opera seconda di Gianni Di Gregorio, che segue il fortunato exploit di due anni fa. In scena ci sono ancora lui, Gianni (che si chiama così anche nei suoi film), e lei, Valeria Bendoni De Franciscis, ancora nei panni di sua madre, davanti a un notaio. È come rientrare nella vita di alcune persone che avevamo lasciato due anni fa e che ci sembra di conoscere da una vita, invece che solo da ottanta minuti. Gianni ha sessant’anni, una moglie e una figlia, il fidanzato della figlia eternamente parcheggiato a casa, una mamma che lo chiama per ogni quisquilia. E una pazienza da competizione. Un bel giorno il suo amico Alfonso gli fa notare che tutti i suoi coetanei hanno l’amante. Così Gianni prova a rimettersi in gioco, guarda le donne con altri occhi. E vorrebbe che anche queste lo guardassero con altri occhi.

Anche Gianni e le donne, come Pranzo di ferragosto, prende spunto dalla realtà: Di Gregorio ha osservato i suoi amici tormentati dalla paura di invecchiare. Chi si tinge i capelli, chi si fa l’amante, chi si compra la moto. Tanto di quello che vediamo è vero: oltre a Gianni, è vera la figlia, e sono veri anche i discorsi che padre e figlia fanno la mattina sul ragazzo da mollare o no. Il ragazzo non è il vero fidanzato della figlia, invece, sarebbe stato troppo. È vera la Roma di Trastevere dove vive Di Gregorio, una Roma mai banale. Il suo asso nella manica è Valeria Bendoni De Franciscis, attrice unica: è un peccato che non sia in scena per tutto il film come in Pranzo di ferragosto, perché quando appare lei il film si accende.

A modo suo, quello di Di Gregorio è un cinema 3D: è così vero da avvolgere e da far entrare nella storia, la profondità e la tridimensionalità sono dati dallo spessore dei personaggi, dall’umanità, dalla verità, dagli affetti speciali. Quello di Di Gregorio è un cinema ad Alta Definizione: quella dei dettagli, piccoli gesti, piccoli sguardi, sfumature. E spazio all’improvvisazione. Certo, la storia è esile esile, come quella di Pranzo di ferragosto, e qui non riesce completamente il miracolo dell’improvvisazione delle quattro protagoniste che fa di quel film qualcosa di unico e irripetibile, un piccolo capolavoro. Qui tutto è più controllato e costruito, e il risultato non è così irresistibile come nel primo film. Quello che è sicuro è che siamo di fronte a un talento, di scrittura, direzione e interpretazione.

Gianni è una maschera, quella dell’uomo stremato dalla vita e dalla gente, il bicchiere come amico e sostegno, qualche piccola fantasia per andare avanti. È una maschera universale e senza tempo. Gianni è un antidoto a certi anziani tipici dell’Italia di oggi giovani e “potenti” a tutti i costi. Nell’Italia di Gianni gli uomini hanno bisogno di affetto e di un sorriso, al massimo di un bacio sulla guancia. E se incontrano una ragazza giovane le fanno il baciamano.

Da vedere perché: quello di Di Gregorio è un cinema 3D: è così vero da avvolgere e da far entrare nella storia. La profondità e la tridimensionalità sono dati dallo spessore dei personaggi, dall’umanità, dalla verità, dagli affetti speciali

 

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