07
Mag
10

Notte folle a Manhattan. Tutto in una notte, e fuori orario…

Voto: 6 (su 10) 

Metti una sera a cena. Phil e Claire sono tutti casa e lavoro, bambini e lavoro, casa e bambini. Poco sesso, e divertimenti come il club letterario. Così una sera decidono di concedersi quella che si chiama una “botta di vita”, e – dal vicino New Jersey- decidono di passare una bella serata a Manhattan, in un ristorante esclusivo. Solo che non prenotano, e così non trovano posto. Così, quando il caposala avverte che si è liberato il tavolo “Tripplehorn per due” (sì, proprio come il cognome dell’attrice Jeanne Tripplehorn, che era il terzo lato del triangolo con Michael Douglas e Sharon Stone in Basic Instinct…), Phil e Claire decidono di spacciarsi per i Tripplehorn, e prendersi il loro tavolo. Operazione riuscita? Allora ci vuole un bel brindisi. Anche prima che arrivi il vino. Un momento…ma non porta sfortuna brindare con i bicchieri vuoti?

Già. Infatti la cena dei nostri eroi viene interrotta da due loschi figuri… Il resto è una serie di eventi che precipitano in un baratro sempre più profondo e intricato. Per una serie di equivoci Phil e Claire vengono scambiati per altri e finiscono in un giro di poliziotti corrotti, spie internazionali, politici sessodipendenti e così via. Nelle loro avventure Steve Carell e Tina Fey, i due protagonisti, incontrano una serie di attori che compaiono in una serie di camei. Non li sveliamo tutti per non rovinarvi la sorpresa. Ma la gag di Mark Whalberg che compare a petto nudo mettendo in serio imbarazzo Phil è quella che fa ridere più, specie perché è reiterata.

Lo schema del film è quello di Fuori orario di Scorsese, e di Tutto in una notte di Landis: persone capitate al posto sbagliato nel momento sbagliato, a cui accade di tutto, ma proprio di tutto. Sì, brindare con i bicchieri vuoti non porta proprio fortuna. Chissà se porterà fortuna in Italia a questo film, campione di incassi in America, ma anche esempio di una comicità che qui da noi ha sempre funzionato poco. C’è l’impressione che il doppiaggio faccia perdere il senso di molte gag. Steve Carell e Tina Fey vengono dal Saturday Night Live, programma (il cui format è stato importato anche da noi, con scarso successo) dalla comicità un po’ stralunata e assurda, in cui alcuni “special guest” interagiscono in studio con i comici per una serie di scenette. Notte folle a Manhattan in fondo finisce per essere questo: una serie di scenette, ognuna con il suo ospite d’onore, messe l’una accanto all’altra. Il film così non ha una grande coesione narrativa, e procede in maniera un po’ discontinua, senza un grande senso del ritmo. Si ride, anzi si sorride, ma a tratti. E il flebile filo conduttore del film è la differenza tra normale e anormale, tra noioso ed eccitante, che finisce per risolversi, indovinate un po’, nella solita stucchevole esaltazione tutta americana della normalità e della famiglia. Molto poco folle, a rifletterci.

Steve Carell e Tina Fey però sono bravi. Lavorano di sottrazione, e sulle sfumature. Guardate le scene in cui si fingono altre persone cambiando leggermente gli abiti e lavorando su piccoli, semplici gesti. Un lavoro di recitazione nella recitazione che non è da tutti. “Siamo in due ruoli dai quali non riusciamo ad uscire” dicono in una scena del film. E invece dai ruoli ci entrano e ci escono benissimo.  

Da vedere perché: Steve Carell e Tina Fey sono bravi. Lavorano di sottrazione, e sulle sfumature. Ma il film è una serie di scenette, ognuna con il suo ospite d’onore, messe l’una accanto all’altra, senza una grande coesione narrativa

 

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