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Mar
10

Mine vaganti. Normalità, che brutta parola…

Voto: 6 (su 10) 

La normalità: che brutta parola. È una battuta di Mine vaganti, il nuovo film di Ferzan Ozpetek. Ma potrebbe essere il titolo che rappresenta l’intera carriera del regista turco. Che in tutta la sua cinematografia ha sempre cantato il bisogno di libertà e di affermare la propria identità: quella sessuale, ma anche quella artistica, professionale. Al di là di tutto quello che viene considerato “normale”. La storia di Mine vaganti ne è un esempio lampante: Tommaso (Riccardo Scamarcio) torna a casa, a Lecce, da Roma, deciso ad affermare le sue scelte personali. Ha studiato lettere, invece che economia. Vuole fare lo scrittore, e non dirigere il pastificio di famiglia. E amare chi vuole, cioè un ragazzo. Ma proprio mentre sta per fare outing, viene “superato a sinistra” dal fratello Antonio, gay anche lui, che fino a quel momento ha sacrificato identità personale e affetti in nome della famiglia e dell’azienda. Il padre viene colpito di infarto (a tempo di pizzica) e Tommaso, che non se la sente di infierire ancora, è costretto a tenere nascosto il suo vero io.

Proprio da questo “anticipo” da parte del fratello nasce il sentimento del comico. Il cinema di Ozpetek è sempre stato un dosaggio sapiente tra commedia e mélo, quasi sempre spostato più verso questo ultimo aspetto, che ha trovato probabilmente il suo equilibrio perfetto nel suo film simbolo, Le fate ignoranti. Stavolta Ozpetek sposta la bilancia verso la commedia. Ma il mélo c’è, eccome. Mine vaganti è comunque un tipico film di Ozpetek, in cui sono presenti tutti i suoi marchi di fabbrica, dalle proverbiali tavolate conviviali, al dramma borghese in interni, dalle musiche tra l’etnico e il pop (Radiodervish, Sezen Aksu accanto a Nina Zilli e Patty Pravo), fino al rimpianto per il passato, qui incarnato dalla nonna di Tommaso (un’affascinante e bravissima Ilaria Occhini, da giovane interpretata da Carolina Crescentini), che ricorda un amore tormentato. Si tratta sempre di nascondersi, sembra voler dire Mine vaganti: gay o etero, è sempre capitato di amare di nascosto. In nome di quella parola: la normalità. È proprio lei, fata per nulla ignorante, ma ben consapevole, a capire Tommaso, in un mondo dove tutti comunque sono in fuga da qualcosa e da qualcuno.

È la prima volta che Ozpetek affronta così vicino il momento dell’outing presso la propria famiglia. Finora i suoi personaggi erano già consapevoli del proprio posto nel mondo, in una famiglia allargata rassicurante. O di outing non ne potevano nemmeno parlare, visto che erano altri tempi. A proposito, dietro la commedia c’è anche l’amarezza dei tempi che cambiano in peggio. In quello scambio di battute “Siamo nel 2010” “Appunto, non siamo più nel 2000” tra Tommaso e il suo compagno, uno scambio fulmineo che lascia il segno, c’è tutta la distanza dall’ottimismo de Le fate ignoranti, e dei tempi in cui sembrava che l’omosessualità potesse essere accettata anche in Italia, e la consapevolezza di quanto questi siano tempi bui.

Le mine vaganti del titolo sono quelle che servono a creare disordine, a scombinare tutto, a cambiare piani. Sono mine vaganti Tommaso e Antonio, lo è la nonna. Lo sono sempre stati i personaggi di Ozpetek. Mine vaganti è davvero un film di cambiamento per Ozpetek. Ma questo disordine creativo non giova alla sua poetica. Lo spostamento della narrazione verso l’eccesso non giova ai suoi personaggi. Non riesce, al regista turco-romano, quello che riesce ad Almodovar: trasformare l’eccesso in poesia, rendere l’assurdo verità. Così i suoi personaggi, a tratti, da caratteri rischiano di scadere nella macchietta, mentre in altri momenti risultano misurati e riusciti. Ma soprattutto, in questa ennesima variazione sul tema, Ozpetek sembra aver detto veramente tutto sull’omosessualità e sulla libertà di espressione del proprio io (in questo senso il sottovalutato Un giorno perfetto sembrava aprire nuove strade). E per la prima volta non commuove. E la sua tavolata imbandita con gran classe rischia di essere bella, colorata, ma con pietanze poco saporite.

Da vedere perché: Ozpetek sembra aver detto veramente tutto sull’omosessualità e sulla libertà di espressione del proprio io. E per la prima volta non commuove. Ma il suo è un film raffinato e con grandi attrici

 

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