05
Mar
10

Shutter Island. Lasciate ogni speranza voi che entrate

Voto: 8 (su 10) 

Lasciate ogni speranza voi che entrate. Perché, fin dalle prime scene, Shutter Island, il nuovo film di Martin Scorsese, si connota come l’entrata in un girone dantesco, una discesa agli inferi senza via d’uscita. Il Dante in questione è Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), poliziotto che arriva insieme a un collega sull’isola-fortezza di Shutter Island, sito di un manicomio criminale. Una donna, una pluriomicida detenuta nel manicomio, è scomparsa, e Teddy è lì per indagare. Ma si troverà a indagare anche dentro se stesso, a combattere i propri fantasmi.

È proprio la struttura del manicomio di Shutter Island a suggerire quella dei gironi infernali. È evidente nella scena in cui Teddy entra nella parte più nascosta della struttura di detenzione. E cerca di farsi luce accendendo dei cerini, che restano accesi per poco tempo, e non possono che dare una visione parziale. È una metafora di come Teddy abbia bisogno di fare luce, sulla vicenda in cui indaga, e su se stesso. E forse su un complotto ordito da qualcuno ai suoi danni. C’è infatti un’atmosfera kafkiana che aleggia sul film di Scorsese, che costruisce un thriller avvincente puntando proprio sulla paranoia, sull’incredulità, sul dubbio. Facendoci sposare il punto di vista di Teddy ci fa partecipare al suo spaesamento, e gioca con la sua e la nostra percezione della realtà. Fino a un finale che sarebbe un delitto rivelare.

Scorsese firma un film di genere, un thriller che vira quasi nell’horror e nel gotico. Un film con un’aura ancestrale e mitologica. Ma cambia solamente forma per continuare a tessere un filo sottile che da Mean Streets e Taxi Driver arriva fino a Shutter Island, per raccontare ancora la follia, la violenza, la disperazione, la solitudine, fotografando gli occhi e i volti dei personaggi con impietose luci che ne mettono in evidenza rughe, paure e debolezze. Sotto la pioggia battente di Cape Fear, questa isola della paura è molto vicina a quel promontorio della paura che Scorsese ci aveva raccontato molto tempo fa. È un film che guarda indietro, e non solo nel passato di Scorsese. Ma anche nel passato della Storia. Siamo negli anni Cinquanta, e si cominciano a sentire gli echi del maccartismo e della Guerra Fredda, mentre non si sono ancora spenti quelli dell’Olocausto e dei campi di concentramento. Shutter Island guarda anche indietro nella storia del cinema, dall’Epressionismo tedesco dei Lang e dei Murnau, ai film come Vertigine di Preminger e Le catene della colpa di Tourneur, citati dal regista come modelli d’ispirazione.

A questo fil rouge, rosso come il sangue, che collega Shutter Island agli altri film di Scorsese, si annoda un altro filo, quello di Leonardo Di Caprio, arrivato al quarto film con il maestro, e sempre più suo attore feticcio. Il Di Caprio di Shutter Island è invecchiato, stropicciato, ha il volto stanco e pesto, come il perfetto perdente protagonista di un noir anni Quaranta. Il suo Teddy ha il volto solcato dalle rughe, e dai tanti colpi che la sua anima, più che il suo corpo, ha subito. “Teddy, torna in te” è la prima frase che pronuncia, mentre si guarda allo specchio, e fa i conti con se stesso. E sembra riprendere dal finale di The Aviator (ma anche il De Niro allo specchio di Taxi Driver, quello di “dici a me’”), quando metteva in scena un’altra follia, quella del magnate Howard Hughes. Cresciuto ancora, dopo quella prova, è proprio Di Caprio a rendere evidente quell’”elogio della follia” che è il cinema di Scorsese. E a raccontarci un dramma interiore e un dubbio. Meglio vivere da mostro o morire da uomo perbene?

Da vedere perché: Scorsese firma un thriller che vira quasi nell’horror e nel gotico. Ma cambia solamente forma per continuare a raccontare ancora la follia, la violenza, la disperazione, la solitudine

 


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