10
Nov
09

Up. Sempre più in alto…

Voto: 9 (su 10) 

up 3Up. Su, nel cielo. Vola ancora alto, altissimo, la magica Pixar. La nuova Disney, lo studio che ormai è l’anima della Disney, scarta il suo ultimo regalo, il suo decimo gioiello. E ci si abbandona allo stupore, allo spettacolo, come bambini.

E non c’è critica che tenga. Stavolta quelli della Pixar ci raccontano la storia di un uomo anziano, Carl, che è rimasto vedovo, e sogna di raggiungere il Sud America per vedere quelle cascate che avrebbe tanto voluto visitare con la moglie quando questa era in vita. Mentre i palazzinari stanno costruendo dei grattacieli intorno alla sua casetta, e vorrebbero tanto disfarsene, Carl decide di spiccare il volo.

Letteralmente: grazie a migliaia di palloncini solleva la sua casetta, e veleggia verso Sud. Solo che con lui c’è un ospite non previsto. Il boy scout Russell, che pensa a Carl come alla sua prossima buona azione…

Up. Alza ancora il tiro, la Pixar. Perché stavolta, in un film al solito delicato e indicato per i più piccoli, parla addirittura della morte. Dopo che, con Wall-E, aveva parlato di ecologia e della morte del nostro pianeta. Fa addirittura morire un personaggio,

Ellie, la moglie di Carl, nel commovente prologo, che è un piccolo film nel film.

Non  ha paura di fare discorsi seri, la Pixar. Il cui segreto, ancor più dell’inconfutabile aspetto tecnico-visivo, sta nella fantasia con cui creano le loro storie: lo ripetono sempre i suoi artisti, da John Lasseter a Andrew Stanton, a Pete Docter, regista di Up.

Le loro storie sono originali sia quando raccontano mondi mai visti (Monsters & Co), che quando si rifanno all’immaginario di generi come i supereroi (Gli incredibili) o la fantascienza (Wall-E).

Up si rifà a un cinema ben preciso, quel cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, anni in cui non ancora tutti gli angoli del mondo erano noti, e si poteva fantasticare sulla natura selvaggia e su creature fantastiche e mai viste, e credere alla loro esistenza. Un po’ quello che accadeva con l’isola di King Kong. Up si rifà a questo genere di pellicola, liberando una seconda parte sfrenata, dopo una prima parte chiusa e controllata.

Ma anche rileggendo un genere riesce a creare qualcosa di originale, che stupisce a ogni inquadratura. Con alcune idee geniali, come loup 1 stratagemma creato per far parlare i cani in modo che siano capiti dagli umani.

In Up non mancano i riferimenti alla storia del cinema, come le fattezze di Carl, ispirate ad attori storici come Spencer Tracy e Walter Matthau (in fondo, l’incontro tra Carl e Russell dà vita a un buddy movie, genere in cui Matthau eccelleva).

E il sogno di Carl, il suo andare da solo, o quasi, contro tutti, ha qualcosa del Don Chisciotte di Cervantes.

Ma la Pixar, come abbiamo capito da tempo, riesce a inserire tutto in un racconto fluido e naturale, senza appesantirlo, come si usa oggi nell’animazione, con tutte quelle citazioni forzate che altro non sono se ammiccamenti a un pubblico adulto.

Non ne hanno bisogno, alla Pixar. Così come non hanno bisogno di oggetti che escono dallo schermo fino ad arrivarci sul naso per farci apprezzare un film in 3D.

Come tutto quello che fanno, anche la loro via al cinema 3D è sobria, semplice, funzionale alla storia. È solo un’altra matita in più.

È un mezzo espressivo e non un fine. Forse solo un gradino sotto il capolavoro Wall-E, Up è un film maturo e intenso, adatto a tutti (non manca un messaggio sulla famiglia e sul valore del tempo) e commovente.

Un’opera che ci parla di morte in modo così delicato da farci amare terribilmente la vita.

Da vedere perché: Pixar. Basta la parola.

(Pubblicato su Effettonotte on line)

 

 

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