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Set
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Venezia 66. Baarìa: il Novecento di Tornatore

Voto: 6 (su 10)

locandina_del_film_Baaria_La_porta_del_vento---01Ci sono due Tornatore, ormai lo sappiamo. Uno è quello misterioso e virato in nero di Una pura formalità e La sconosciuta, un altro è quello nostalgico e virato in seppia – come una foto d’antàn – di Malèna e Nuovo Cinema Paradiso (due film che qui si diverte a citare). Quello di Baarìa, l’avrete capito, è questo. Ma, seppur raffinatissimo nella confezione e nella fotografia, Baarìa non è un film patinato. Si parla della storia di un paese della Sicilia, quello in cui Tornatore è nato e cresciuto, dal Fascismo fino agli anni Ottanta. E si vedono i soprusi sul lavoro, su donne e bambini, famiglie che non mangiano da una settimana (e fingono di cucinare qualche frattaglia di carne per non farlo sapere agli altri). In quello che è un affresco corale, che dura tre generazioni, spicca una vicenda alla Giulietta e Romeo: quella di Peppino e Mannina, divisi dal censo (lui non è ricco ed è figlio di un pecoraio) e dalla politica. Peppino è comunista, e affronta lungo tutto il corso della storia prima il Fascismo, poi la Mafia e la Democrazia Cristiana. Per poi trovarsi superato a sinistra dai giovani dei movimenti del Sessantotto.

Baarìa è un film che vive in maniera circolare, che ha l’andamento di una sinusoide, anche per quanto riguarda l’incipit e il finale. Volti e personaggi che scompaiono e riappaiono, temi che si ripresentano più volte durante il film per caratterizzarlo. Come i libri, simbolo di libertà e affrancamento, divorati letteralmente dalla provenienza contadina di Peppino (cioè dalle capre) e simbolicamente dal Fascismo che osteggia la libertà di parola. C’è il cinema, che come sappiamo da Nuovo Cinema Paradiso, ha formato la vita del giovane Tornatore. Anche qui vediamo un ragazzo salvare alcuni fotogrammi delle pellicole. E ci sono le donne, perché in Baarìa c’è anche Malèna (ovviamente Monica Bellucci), la donna fatale che ha fatto parte dell’immaginario di un paese e di chi ci abita. Baarìa contiene anche questi film, perché è il luogo che contiene tutte queste storie. E mille altre, come i personaggi più strambi del villaggio, che con i loro tormentoni (“v’accatto i dollari” di Beppe Fiorello e “la sposa è buona” di Luigi Lo Cascio) caratterizzano i film come fossero delle percussioni, o un metronomo, tornando a intervalli quasi regolari e dando il ritmo alla storia. Baarìa è un film recitato quasi sempre sopra le righe. E non può essere altrimenti, perché quando si guarda indietro nella propria vita ogni cosa sembra più grande, leggendaria, eccessiva.

Girato in maniera impeccabile, Baarìa però è un film che non emoziona come dovrebbe, non scalda quasi mai il cuore, non arriva in fondo a un discorso che aveva iniziato. Il problema è soprattutto di scrittura: una sceneggiatura troppo schematica e didascalica finisce per rendere tutto prevedibile, telefonato. Gli avvenimenti storici sono messi in scena come ci si aspetterebbe, in modi che ci sono già noti o che sono stati già visti. E anche la storia d’amore tra i due protagonisti (in cui spicca la bellezza intensa e magnetica di Margareth Madè) si snoda su binari piuttosto convenzionali. Con Baarìa Tornatore cerca di fare contemporaneamente il suo Amarcord e il suo Novecento, ma non ha la fantasia sfrenata di Fellini. E soprattutto non ha quel senso dell’impegno politico e quel sacro fuoco che fece del film di Bertolucci un capolavoro. Lo scarto tra l’intensità di Novecento e Baarìa è quello tra gli anni Settanta e l’oggi, un’era in cui l’impegno politico è sfumato e la politica sembra solo folclore. Resta la soddisfazione di un cinema italiano che pensa in grande e produce in grande, e probabilmente è in grado di piacere all’estero. E una delle frasi più belle, che parla dei siciliani: la dice Peppino al figlio che gli chiede perché dicono che abbiano un brutto carattere. “Perché vogliamo abbracciare il mondo ma abbiamo le braccia troppo corte”.

Da vedere perché: è un affresco corale su un mondo che non c’è più, stilisticamente impeccabile, anche se piuttosto freddo.

 

 


4 Responses to “Venezia 66. Baarìa: il Novecento di Tornatore”


  1. 1 Ben
    ottobre 1, 2009 alle 4:09 pm

    L’ho visto ieri. Bello.
    D’accordo con te su tutta la linea.
    Unico appunto: a chi potrà scegliere, magari nell’uscita del DVd potrebbero prevederlo, guardatevelo in siciliano stretto (coi sottotitoli per chi proprio non mastica siciliano), che ridà al film un pò di quel che perde con un siciliano italianizzato. La versione che gira all’estero è quella che avrebbero devono proporre anche qui. Leggendo il labbiale in alcuni tratti, si carpisce la sicilianità al livello massimo.
    Appena ne avrò l’occasione, lo farò.
    Sei d’accordo Maurizio?

    • 2 allucineazioni
      ottobre 1, 2009 alle 4:42 pm

      Sì, sono d’accordo. Io ho visto il film a Venezia, nella sua versione originale, quindi in siciliano stretto sottotitolato. Quando ho letto che sarebbe stato distribuito doppiato non ci potevo credere. Non ha senso doppiare un film simile in italiano. Anche se non avendolo visto non saprei dire esattamente quanto perda. Ma posso immaginarlo. Vedetelo in siciliano, comunque, se e quando potete!

  2. 3 Sicilia
    gennaio 25, 2010 alle 5:20 pm

    E del finale? che mi dite? io ho avuto alcuni dubbi…Il film mi piace..io sn molto legata alle nostre “tradizioni”, a tutto ciò che narra la nostra storia..ma il finale nn riesco a capirlo..perchè far vedere al protagonista la bagheria di oggi? e perchè si ritorna al figlio?

    • 4 allucineazioni
      gennaio 27, 2010 alle 4:30 pm

      Ciao! Anch’io amo la Sicilia, ci sono stato solo una volta – e spero di tornarci presto – ma è bastato per farmi amare tutto di questa terra. Il film va visto come una sorta di ritorno a casa di Tornatore, partito dalla Sicilia tanti anni fa per lavorare nel cinema, e tornato più volte – e stavolta per l’omaggio definitivo – a celebrarla. Per questo mostrare la Bagheria di oggi serve a enfatizzare, per contrasto, quello che era il passato, tempi e luoghi che non ci sono più. Ma anche voler testimoniare una qualche continuità, un passaggio di testimone dai padri ai figli, dai nonni ai nipoti. Un affetto per questa terra anche dopo tanti anni di lontananza, anche se non è quella che ricordava. Non è tanto il finale il problema di Baaria. E’ che l’impianto da kolossal e il ritmo velocissimo raffredda le emozioni, non trasmette la poesia. E per non emozionare con le storie e i luoghi della Sicilia ce ne vuole…


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