01
Lug
09

Transformers – La vendetta del caduto. Troppo Bay e poco Spielberg…

Voto: 5 (su 10) 

1Più Steven Spielberg e meno Michael Bay. Questo più o meno era stato il giudizio quasi unanime sul primo Transformers, in cui il papà di E.T. figurava come produttore e il tonitruante regista di Armageddon e Pearl Harbor era al timone di comando. Bay era riuscito, forse proprio sotto l’egida del suo produttore, a confezionare un film meno scontato di quanto ci si potesse aspettare, carico di una sottile ironia e di una nostalgia per una commedia delicata, quella degli anni Ottanta, a cui il pubblico che era cresciuto con i Transformers – l’altro target del film insieme ai teenager – era abituato. Si respirava, nel film, quel candore e quello stupore verso la novità tipici di Spielberg, fanciullino per eccellenza del cinema.

Una delle regole di Hollywood è che una formula vincente non si cambia. Non si capisce allora come mai in questo secondo episodio della franchise tratta dai giocattoli Hasbro ci sia stato un  mutamento di rotta così deciso. Forse secondo la Hasbro nel primo episodio i robot non si vedevano abbastanza? O forse Michael Bay non è rimasto soddisfatto dalle recensioni di quel film, che attribuivano al tocco magico di Spielberg gran parte del successo? O infine, il sequel di Transformers è stato messo in piedi e realizzato per seguire di due anni esatti il primo film, con l’effetto di un lavoro frettoloso? Come dice una canzone, la risposta soffia nel vento. Fatto sta che Transformers – La vendetta del caduto è puro cinema alla Michael Bay, cioè quello che temevamo fosse già il primo episodio: oltre due ore di esplosioni, combattimenti, salti da una parte all’altra del mondo. Proprio come se Bay ci tenesse a ribadire che si tratta di un suo film (vedi anche le citazioni da Bad Boys e Pearl Harbor, fatte senza alcuna autoironia, a differenza di quelle presenti in Transformers). Ma anche la tesi della fretta cattiva consigliera avrebbe un suo senso. La sceneggiatura si muove incerta, e si basa sulla storia che un vecchio Prime (un capo) Decepticon (le macchine cattive) sia rimasto sepolto in Egitto e che venga risvegliato dai suoi discendenti per portare la distruzione. Tutto questo mentre Sam Witvicky (Shia LaBoeuf) sta per andare all’università, tra mille difficoltà con i genitori e la fidanzata Mikaela (Megan Fox).

La sceneggiatura, che era il punto forte del primo film, è la zavorra di questo secondo. Da quei toni delicati da commedia adolescenziale anni Ottanta si è passati a quelli delle commedie scollacciate di oggi, alla American Pie (si notino i penosi siparietti tra Sam e i suoi genitori, tra casa e università, nella prima parte del film), che non si amalgamano per niente con quelli seriosi delle vicende dei robot, che assumono una matrice fantasy e una solennità che non servivano a questo tipo di film. A proposito di fretta: anche le scene in computer grafica dei combattimenti tra robot sembrano fatte con minor cura rispetto al primo Transformers: in particolare, in alcune scene, creature di varie tonnellate sembrano muoversi come fuscelli, non avere pesantezza, il che rende tutto meno credibile. Si aggiunga il fatto che molte scene rimandano a cose già viste (la donna robot ricorda Terminator 3, le sonde messe nel corpo di Sam rimandano a Matrix, l’inizio sembra preso da 10.000 a.C. di Emmerich) e che la scena finale di oltre quaranta minuti sfida ogni regola di cinema a proposito di sceneggiatura e climax narrativo, si capisce come questo secondo Transformers sia un passo indietro, che resetta tutto ciò che di buono era stato fatto nel primo. Siccome è inevitabile il terzo capitolo della serie, speriamo che il produttore corra ai ripari. Spielberg, pensaci tu.

Da non vedere perché: il film giocattolo stavolta diverte di meno. Più che la mano di Spielberg c’è quella (pesante) di Michael Bay

 

 

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