20
Mar
09

The International

Voto: 5,5 (su 10)

 

internationalLa vera natura dell’industria bancaria è fare di tutti noi degli schiavi del debito. È questa la cruda verità, e questo film ce la sbatte in faccia. Anche le guerre fanno parte di questo gioco: la grandezza di un conflitto è nel debito che genera. Ecco un altro film che inserisce il thriller in un nuovo filone, aggiornato ai giorni nostri, dove il nemico non è uno stato straniero, o un’organizzazione segreta e illegale, come la Spectre di bondiana memoria, ma un’organizzazione che opera nei binari della legalità e all’interno dell’economia dei paesi. Si tratta della multinazionale. The International parla di banche, dopo che Syriana ci aveva parlato delle compagnie petrolifere, e Michael Clayton delle corporation in genere. Sia chiaro, non si tratta di film di denuncia, ma di film di genere, il thriller, che operano però nel segno dei nostri tempi, e sfruttano un clima di sfiducia in alcuni soggetti economici che si respira nell’aria da tempo.

 

L’agente dell’Interpol Louis Salinger (Clive Owen, ormai abbonato a ruoli da post noir, sempre più stropicciato) e l’assistente del procuratore distrettuale di Manhattan Eleanor Whitman (Naomi Watts, ancora una volta alle prese con un’investigazione, con la sua aria tenace e intelligente) stanno tentando di incastrare una potente banca internazionale, implicata nel finanziamento di guerre. La loro indagine li porta da Berlino a Milano (dove incontriamo un imprenditore che scende in campo in politica con un partito chiamato Futuro Italia…) fino a New York e Istanbul, ma anche a rischiare la vita. E a capire che la cosiddetta giustizia ordinaria forse non è il mezzo più adatto a fermare i loro nemici.

 

È un thriller urbano e metropolitano, The International, profondamente radicato nel cemento e nell’acciaio di quella che, fotografata sui toni del grigio, sembra un’unica grande città globale. La regia di Tom Tykwer (Lola corre) riesce a cogliere bene il senso di questi spazi, partendo spesso con riprese dall’alto, un vero e proprio marchio di fabbrica (ricordate Heaven?), che sembrano voler suggerire il suo punto di vista, quello del narratore onnisciente (e forse anche un suo status morale, superiore alle vicende che racconta).

 

The International è un film costruito su più livelli. Ma non parliamo di testi e sottotesti (che pure ci sono, perché è chiaro che oltre alla storia il film vorrebbe raccontarci un mondo, un modello di comportamento più ampio). È proprio in senso pratico che i soggetti in campo sono posti su più livelli: ogni soggetto ha qualcuno al di sopra di lui, che conta di più e con il quale deve fare i conti. Ma anche l’azione viene spesso organizzata secondo questo schema: i soggetti sono spesso disposti su più piani in verticale, e c’è sempre qualcuno che sta più in alto rispetto all’altro ed è pronto a intervenire da una posizione più vantaggiosa: si veda la scena dell’attentato al politico italiano, davanti alla Stazione Centrale, o nella scena dell’agguato al Guggenheim Museum di New York. Proprio questa scena, con i personaggi che si muovono su una serie di cerchi concentrici su più livelli, che formano l’architettura del museo, è sia il simbolo della struttura del film che la sua sequenza più efficace. Una scena madre attorno al quale si muove tutta l’opera, una sequenza che sarebbe piaciuta a Hitchcock (ma non stiamo facendo paragoni, sia chiaro…) per come sfrutta la grandezza e la suggestività degli spazi. Ma forse un paio di scene d’azione non sono abbastanza per un film in cui si parla molto e in realtà accade poco, con una sceneggiatura piuttosto macchinosa. The International non riesce ad avvincere fino in fondo, e non ci racconta neanche niente di nuovo sulle banche. I due livelli, quello del thriller e quello della denuncia politico-economica, rimangono a loro modo slegati, e non completamente efficaci, non riuscendo a creare né suspence né vera denuncia.

 

Da vedere perché: per attori, regia e riflessioni. Un po’ meno per intreccio e suspence


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