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Mar
09

Cinema Universale d’Essai

 Voto: 7(su 10)

esternoInterattività. Se ne parla tanto oggi. Ma già quarant’anni fa esisteva l’esperienza di un cinema interattivo, dove si andava con l’idea di poter entrare nel film, di partecipare allo spettacolo. Era il Cinema Universale d’Essai, a Firenze, nel quartiere operaio del Pignone, a metà strada tra la periferia e il centro. Oggi è una discoteca alla moda, come vediamo nel documentario di Federico Micali che ne racconta la storia. Era un cinema unico, dove ogni sera partivano commenti ad alta voce, cori, slogan. E anche Bella ciao. “Quando volevo vedere un film era l’ultimo posto dove volevo andare” sentiamo dire a una delle tante voci che ci raccontano quell’esperienza. Ricostruita proprio grazie ai racconti di chi c’era, visto che il materiale di repertorio è pochissimo (ma a qualcuno venne l’idea di registrare l’audio di quello che accadeva), e a qualche sequenza di animazione in stop-motion. Un continuo gioco in bilico tra il visto e il non visto, che fa leva sulla nostra immaginazione. Il film è proiettato al Politecnico Fandango di Roma, poi sarà al Messico di Milano, a Ferrara, Bologna e Padova. E in dvd al Caffè Fandango e presto da Feltrinelli.

Il Cinema Universale nasce con l’avanspettacolo: non solo cinema, ma spettacoli dal vivo, durante i quali il pubblico si produceva in commenti coloriti, lanci di lupini e gente gettata sul palco. Era il periodo dei film di cowboy, in cui si faceva il tifo per loro “perchè ci avevano detto che erano quelli buoni”. L’alluvione del 1966 blocca tutto e chiude la prima fase dell’Universale. Che rinasce poco dopo come cinema d’essai. Gli spettatori potevano richiedere i titoli che preferivano, e la programmazione mirata portava al cinema gli studenti universitari di sinistra. Ne usciva un centro sociale misto a un coffee shop misto a un laboratorio.

Ma l’impegno culturale e politico era filtrato dalla tradizione dell’Universale e dallo spirito toscano. Così si continuava a entrare al cinema in bici, ad andare in bagno per vedere le donne. E a commentare. Nacque tutto con il colpo di una pistola giocattolo durante un western: da lì in poi fu tutto un cercare di essere lo spettacolo nello spettacolo. Si entrava in sala con i petardi, con le racchette da tennis, si insultava la cassiera.

 

Si respirava un clima di contestazione, di anarchia. Era il 1977, gli anni delle rivolte e della repressione. Così internodurante Fragole e sangue, in sala si tiravano gli oggetti contro lo schermo, durante la scena dell’arrivo della polizia. E una sera in sala la polizia arrivò davvero… La stessa cosa accadeva con If, e alla scena della ragazza che dal tetto sparava al preside partivano puntuali gli appassionati applausi. Passavano film di contestazione e libertà, Zabriskie Point, Easy Rider. Ma anche film difficili venivano visti da tutti, non solo dagli intellettuali. Ovviamente venivano commentati… e migliorati, secondo molti! Commentare era un rischio: si veniva applauditi, o mandati a quel paese.

Si può immaginare cosa accadeva con i film musicali. Da quelli degli Who e dei Led Zeppelin al film su Woodstock, con Jimi Hendrix che riproduceva il suono delle bombe in Vietnam durante la sua versione dell’inno americano. La gente cantava, faceva con la voce gli assoli della chitarra, ancora più scatenata, visto che non c’era trama da seguire…

 

La fine degli Anni 70 coincide con l’arrivo dell’eroina, che distrugge una generazione. Molti degli intervistati ricorda di amici persi in questo modo. Negli Anni 80 l’impegno si stempera e cominciano ad arrivare i gruppi legati alla Fiorentina. Che trasformavano Fuga per la vittoria in Fiorentina-Juve: i nazisti erano vestiti di bianco e nero… La programmazione diventa più leggera, con La signora in rosso e Blade Runner. Erano anni di grande fermento a Firenze, culla della new wave italiana, di gruppi come Diaframma, Litfiba, Neon.

Ma continuavano ad accadere le cose più impensabili. In BirdyLe ali della libertà, alcuni piccioni vennero lanciati verso lo schermo. Un’altra volta toccò a delle rane essere imbustate e portate in sale. C’è poi l’episodio più leggendario dell’Universale: qualcuno entrò in sala con una vespa, facendo vari giri e restando quasi tutto il film. Ogni fiorentino sa questa storia. Così come la battuta più famosa: durante Highlander, Christopher Lambert incontra un suo amico di colore e gli chiede “dove sei stato?” “A Follonica, e senza ombrellone” era la storica risposta. Così si andava a vedere Arancia Meccanica vestiti in bianco con le bretelle, e una volta usciti, ci si continuava a menare.

 

Alla fine degli anni 80 il pubblico cominciò a degenerare, non si andava più per commentare ma per fare caciara e basta. La trasformazione dell’Universale in discoteca è quella di Firenze, da città viva a città vetrina. L’Universale chiude nell’89, mentre cade il muro di Berlino. Secondo molti, qualche nesso ci deve essere.

 

Da vedere perché: Cinema (nel senso del locale cinema) d’altri tempi, come non ce ne sono più

 

 

 

 

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