05
Mar
09

Watchmen

Voto: 7 (su 10)

watchmenThe Times They Are A-Changing. È la canzone di Bob Dylan che sentiamo sui titoli di testa, che ripercorrono la storia degli eroi dagli anni Quaranta ai giorni del racconto, raffigurandoli ricoperti di una patina vintage e naive. È una canzone che ci spiega come le cose per i protagonisti siano cambiate, da anni di gloria alla decadenza. Ma anche come Watchmen cambi definitivamente la prospettiva sul supereroe. Come e più di come Frank Miller con Il cavaliere oscuro, e poi Nolan con il suo film, abbiano fatto con Batman. D’altra parta, all’inizio del film sentiamo raccontare come sia nata la storia degli Watchmen: l’idea delle maschere e dei costumi era iniziata dalle gang per le rapine, in modo che una volta catturati non potessero essere riconosciuti e potessero tornare così in libertà. Quindi anche i poliziotti decisero di mascherarsi. Ecco cosa sono questi Watchmen, uomini comuni che si sono messi una maschera, a volte rozza, altre volte ridicola, e hanno deciso di fare i vigilantes. Con esiti a volte nobili, altre discutibili. Perché si tratta di esseri umani. E “gli uomini sono cattivi per natura” come sentiamo dire nel film. Così c’è chi è violento con le donne, fino ad arrivare a uno stupro. Chi è violento e basta, con tutti. Chi invece è troppo sensibile, fino a fare cilecca la prima volta con la donna amata. Vediamo alcuni di loro macchiarsi partecipando a momenti oscuri della storia americana, come il Vietnam o l’assassinio di Kennedy. C’è chi ha fatto del suo essere eroe un’impresa commerciale (riferimento al cinema e al mercato in generale?). E chi ha superpoteri, il Dottor Manhattan, non è più umano ed è sempre più disinteressato alla nostra razza.

Quella di Watchmen è la smitizzazione, la decostruzione, la caduta definitiva del supereroe. Ci toglie da davanti agli occhi “quel velo di Maya che dalla prima storia di Superman in poi ci aveva sempre dipinto degli eroi in costume puri come gigli, figure quasi cristiche, disinteressati, altruisti, e non degli esaltati alla ricerca di un’emozione a buon mercato saltando sui tetti in un costume di pelle o di gomma” come scrive Marco M. Lupoi su Rolling Stone Italia. Watchmen ci porta dietro, o dentro la maschera e  il costume del supereroe. E dentro c’è l’uomo. In questo senso il film è vicino a due opere come Batman: Begins di Christopher Nolan e Unbreakable di M. Night Shyamalan. Due film che parlano di supereroi, ma anche e soprattutto di uomini, in cui i protagonisti per quasi tutta la durata dell’opera fanno i conti con se stessi, prima di capire ed accettare la propria natura di eroi. Due persone che vediamo quasi sempre con il loro volto, prima che trovino una maschera o un costume che rafforzi la loro convinzione sempre più consapevole di un dono, di una missione, di un compito. In questo senso Unbreakable e Batman e Watchmen sono lo zenith e il nadir, due opposti: nei primi due vedevamo nascere un eroe, qui li vediamo morire.

Watchmen, in questo senso, ha un’altra visione originale: quella di spezzare l’eternità imperturbabile dell’eroe, che, da Superman in poi, siamo abituati a vedere sempre giovane e immutabile. Qui gli eroi invecchiano, muoiono, si passano il testimone di madre in figlia. “Il mio nuovo mondo prevede un eroismo meno vistoso” dice uno dei personaggi. Appunto.

Da vedere perchè: supereroi così al cinema non li avevamo mai visti


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