12
Nov
09

2012. Partirà l’Arca di Noè…

Voto: 6 (su 10) 

2012Le dimensioni contano. Era la frase di lancio a doppio senso di Godzilla, uno dei film simbolo del cinema di Roland Emmerich, colui che ha fatto del gigantismo la sua poetica. Emmerich ha fatto del pensare in grande il fondamento del suo cinema, e della catastrofe, sia causata da mostri, alieni, mostri contro alieni, o dalla natura, la chiave per un cinema spettacolare per forza. 2012 parte dall’antica profezia Maya per mettere in scena la fine del mondo: per un allineamento dei pianeti il sole scalda troppo il centro della terra, e causa così degli spostamenti della crosta terrestre. Al centro dell’apocalisse seguiamo le vicende di uno scrittore separato dalla moglie e dei loro figli, e di un geologo. Oltre all’immancabile presidente U.S.A. (segno dei tempi, è di colore) e al suo staff.

È quasi un sequel de L’alba del giorno dopo, questo 2012. O il suo negativo. Se lì il problema era il troppo freddo, qui è il troppo caldo. Se una cosa si può dire di Emmerich, è che gli riescono meglio i film “realisti”, se di realismo si può parlare con tutto quello che accade, come L’alba del giorno dopo e questo, piuttosto che quelli legati in qualche modo al soprannaturale. Hanno un che di affascinante questi film d’azione senza nemico, quasi degli horror ambientali senza un cattivo. 2012 vive senza dubbio di scene spettacolari, come una serie di fughe in auto e poi in aereo dove la terra che crolla sotto ai piedi è tutto fuorché un’espressione metaforica, e dove il gran dispiego di effetti speciali la fa da padrone. Il tipico cinema catastrofico di Emmerich incontra la Bibbia, e capiamo presto che la storia si dipana secondo quella dell’Arca di Noè.

C’è però un qualcosa di deja vù nel film: a partire dagli appelli del presidente alla nazione, stravisti in mille altri film, per arrivare al gioco dei decolli degli aerei, stravisti in questo film (uno schema che si ripete almeno tre volte). E quando il film sembra arrivare verso il climax ci si accorge che alla fine manca ancora un’ora e un quarto. Emmerich infarcisce il film di troppi fatti, troppi imprevisti che accadono alla storia, che così è sempre in tensione, ma manca di una vera salita in attesa di un apice. Ai personaggi succede davvero ogni cosa. Come dire: sei in mezzo alla fine del mondo, e ti va pure di sfiga. Il film ha meno sobrietà nella scrittura dei personaggi rispetto a L’alba del giorno dopo. E i toni di Emmerich sono sempre solenni con improvvisi (e poco riusciti) sprazzi di ironia che vorrebbero spezzare la tensione.

Il momento cult del film è però umorismo involontario: dal governo americano apprendiamo che il premier italiano non è partito per salvarsi, ma ha preferito rimanere in Italia a pregare… Seguono immagini del crollo del Vaticano. Inutile dire che frasi così sentite in Italia suscitino il sorriso. Quanto alla morale del film, si capisce che Emmerich crede nella famiglia, ma poi chi si salva sono soprattutto i ricchi e i politici. Anche se il finale potrebbe rendere giustizia alla Terra: sarà l’Africa il centro del nuovo mondo?

Da vedere perché: Il cinema catastrofico incontra i Maya e la Bibbia… Spettacolare e gigantesco ma con troppa carne al fuoco e umorismo involontario

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

10
Nov
09

Up. Sempre più in alto…

Voto: 9 (su 10) 

up 3Up. Su, nel cielo. Vola ancora alto, altissimo, la magica Pixar. La nuova Disney, lo studio che ormai è l’anima della Disney, scarta il suo ultimo regalo, il suo decimo gioiello. E ci si abbandona allo stupore, allo spettacolo, come bambini.

E non c’è critica che tenga. Stavolta quelli della Pixar ci raccontano la storia di un uomo anziano, Carl, che è rimasto vedovo, e sogna di raggiungere il Sud America per vedere quelle cascate che avrebbe tanto voluto visitare con la moglie quando questa era in vita. Mentre i palazzinari stanno costruendo dei grattacieli intorno alla sua casetta, e vorrebbero tanto disfarsene, Carl decide di spiccare il volo.

Letteralmente: grazie a migliaia di palloncini solleva la sua casetta, e veleggia verso Sud. Solo che con lui c’è un ospite non previsto. Il boy scout Russell, che pensa a Carl come alla sua prossima buona azione…

Up. Alza ancora il tiro, la Pixar. Perché stavolta, in un film al solito delicato e indicato per i più piccoli, parla addirittura della morte. Dopo che, con Wall-E, aveva parlato di ecologia e della morte del nostro pianeta. Fa addirittura morire un personaggio,

Ellie, la moglie di Carl, nel commovente prologo, che è un piccolo film nel film.

Non  ha paura di fare discorsi seri, la Pixar. Il cui segreto, ancor più dell’inconfutabile aspetto tecnico-visivo, sta nella fantasia con cui creano le loro storie: lo ripetono sempre i suoi artisti, da John Lasseter a Andrew Stanton, a Pete Docter, regista di Up.

Le loro storie sono originali sia quando raccontano mondi mai visti (Monsters & Co), che quando si rifanno all’immaginario di generi come i supereroi (Gli incredibili) o la fantascienza (Wall-E).

Up si rifà a un cinema ben preciso, quel cinema d’avventura degli anni Trenta e Quaranta, anni in cui non ancora tutti gli angoli del mondo erano noti, e si poteva fantasticare sulla natura selvaggia e su creature fantastiche e mai viste, e credere alla loro esistenza. Un po’ quello che accadeva con l’isola di King Kong. Up si rifà a questo genere di pellicola, liberando una seconda parte sfrenata, dopo una prima parte chiusa e controllata.

Ma anche rileggendo un genere riesce a creare qualcosa di originale, che stupisce a ogni inquadratura. Con alcune idee geniali, come loup 1 stratagemma creato per far parlare i cani in modo che siano capiti dagli umani.

In Up non mancano i riferimenti alla storia del cinema, come le fattezze di Carl, ispirate ad attori storici come Spencer Tracy e Walter Matthau (in fondo, l’incontro tra Carl e Russell dà vita a un buddy movie, genere in cui Matthau eccelleva).

E il sogno di Carl, il suo andare da solo, o quasi, contro tutti, ha qualcosa del Don Chisciotte di Cervantes.

Ma la Pixar, come abbiamo capito da tempo, riesce a inserire tutto in un racconto fluido e naturale, senza appesantirlo, come si usa oggi nell’animazione, con tutte quelle citazioni forzate che altro non sono se ammiccamenti a un pubblico adulto.

Non ne hanno bisogno, alla Pixar. Così come non hanno bisogno di oggetti che escono dallo schermo fino ad arrivarci sul naso per farci apprezzare un film in 3D.

Come tutto quello che fanno, anche la loro via al cinema 3D è sobria, semplice, funzionale alla storia. È solo un’altra matita in più.

È un mezzo espressivo e non un fine. Forse solo un gradino sotto il capolavoro Wall-E, Up è un film maturo e intenso, adatto a tutti (non manca un messaggio sulla famiglia e sul valore del tempo) e commovente.

Un’opera che ci parla di morte in modo così delicato da farci amare terribilmente la vita.

Da vedere perché: Pixar. Basta la parola.

(Pubblicato su Effettonotte on line)

 

 

10
Nov
09

Alda Merini: Dante, Beatles e Rolling Stones insieme

locandina alda meriniBella ridente e giovane con il tuo ventre scoperto e una medaglia d’oro sull’ombelico, mi dici che fai l’amore ogni giorno e sei felice e io penso al tuo ventre che è vergine mentre il mio è un groviglio di vipere che voi chiamate poesia, ed è soltanto l’amore che non ho avuto, vedendoti io ho maledetto la sorte di essere un poeta.

Sono parole di Alda Merini. Le sentiamo nel film Alda Merini. Una donna in palcoscenico, di Cosimo Damiano Damato. Damato ha passato tre anni ad ascoltare la Merini, a intervistarla, a esserle amico. A capirla. Fino a pochi mesi dalla morte. Ne è nato un film documentario, una confessione a cuore aperto e anima a nudo, che, dopo la scomparsa della poetessa, diventa un documento eccezionale. Il testamento spirituale di un’artista e una donna unica, della sua arte, della sua passionalità, della sua vita travagliata, tra il ricovero in manicomio e il distacco dai suoi amori e dai suoi figli. Damato, artista sensibile, è una delle persone più indicate per raccontarci Alda Merini.

Chi era Alda Merini?

Alda Merini è il Dante Rock. Dante ha lasciato la Divina Commedia, lei ha lasciato la Divina Poesia. E a questo si aggiunge anche il rock: lei era Beatles e Rolling Stones insieme. Riusciva  a guardare il mondo con occhi vivaci e cogliere la poesia. Lei la vedeva in tutto, perché la poesia è in tutto. Può essere lo sguardo di un barbone, come un cielo. Lei riusciva a cogliere questo, e a raccontarlo. La cosa bella è che ai suoi funerali c’erano ragazzi di quindici anni, intellettuali, ma anche barboni. C’era tutta la società italiana.

Tra le cause del suo ricovero Alda Merini parla della lussuria, dell’essere una donna passionale…

Stiamo parlando di più di cinquant’anni fa. A quei tempi una donna sveglia, di talento, un piccolo genio, faceva paura. Era una donna contro, una donna emancipata, una donna che non aveva paura di innamorarsi, di essere appassionata, di tirare fuori il suo essere donna. Tutte cose che facevano paura. Come tutti avrà avuto qualche piccola depressione. Ma non meritava quello che ha subito. Lo dice benissimo lei stessa: ha pagato il suo essere una donna appassionata. Questo è il vero motivo del ricovero.

Colpisce il fatto che dica “so parlare d’amore  in modo mirabile ma non l’ho mai avuto”…

Alda Merini è l’ossimoro per eccellenza. Dice una cosa e poi la nega, perché va a scavare nelle cose, e scavando in qualcosa, come può essere l’amore, la sessualità, il sacro, viene fuori sempre una contraddizione. Perché l’uomo è questo, Ying e Yang. Lei riusciva a trovare queste contraddizioni e dare loro armonia, come con i colori su una tavolozza. In alcuni casi fa addirittura l’apologia del manicomio, perché fuori la gente è ancora peggiore. È chiaro che è una forzatura, un gioco intellettuale, per poi dire le cose come stanno in maniera cruda e diretta. E non dimentichiamo la sua grande ironia.

Infatti la Merini ha sofferto molto anche una volta fuori dal manicomio. “Fuori mi hanno mangiata viva” dice…

La vita fuori, per usare la sua ironia, è stata un manicomio in rapporto ai “pazzi” che ha trovato fuori. Perché dice quello? Alda Meriniil regista Cosimo Damiano Damato e la poetessa Alda Merini non ha vinto il Nobel perché non è stata tradotta all’estero abbastanza come avrebbe meritato. Quando dice “mangiata viva” vuol dire che c’è stato tutto un mondo intorno a lei che però ha solo preso. E lei era una che donava. E poi c’era il fatto di dover pagare sempre il fatto che era stata in manicomio, come una persona che viene accusata di omicidio e poi si scopre essere innocente ma è sempre vista come un’omicida. Questa è la risposta giusta. Il grande equivoco è questo: c’erano molte persone del suo condominio che non la salutavano, perché lei era la “pazza”, non era la grande poetessa. Nel film abbiamo voluto raccontare il suo vissuto, ma volevamo che venisse fuori la genialità di questa donna. Non ho costruito il set, le luci, ma volevo raccontarla così, in modo minimale come è lei. Perché la sua vita andava raccontata in questo modo. E allo stesso tempo Alda Merini è stata anche la coscienza sporca della cultura italiana. Pensiamo ai funerali di stato: lei sarebbe stata felice, non perché le interessasse, ma perché si sarebbe divertita a vedere i carabinieri in alta uniforme… Ci siamo resi conto che riusciva a mettere insieme storie e vissuti diversi: il regista, il musicista, il fotografo. Riusciva a creare intorno a sé una rete forte e densa di cultura.

Il grande dramma della sua vita sono stati i figli, e questo è uno dei fili conduttori del film…

Voglio raccontare cos’è successo in questi giorni ai funerali. L’immagine più bella per chi conosceva le sue storie intime è stata vedere le sue quattro figlie che si tenevano mano nella mano vicino a lei. Erano lì, tutte e quattro, solidali. Sarebbe stata felicissima di vederle insieme. Hanno letto una sua poesia, Genesi. C’è stato un grande riscatto, la sua famiglia che è tornata a riabbracciarsi. La cosa più bella non è stata vedere Bossi o la Gelmini in prima fila, ma queste quattro donne che hanno vissuto di riflesso qualcosa di forte in tutti questi anni.

In una sua parete sono appese delle famose immagini di baci: Il bacio dell’Hotel De La Ville di Doisneau, e Il bacio di Klimt…

In quelle pareti possiamo cogliere il suo aspetto più pop, un po’ alla Andy Warhol. Qualsiasi cosa per lei diventava opera d’arte. Magari un amico le regalava un quadro importante e qualche minuto dopo lei lo donava a qualcun altro. Alda Merini era fatta così.

Nel tuo film si parla anche del manicomio, di sevizie, di elettroshock. Che impressioni ha avuto della sua vita in manicomio?

Voglio raccontare cosa mi ha detto il primo giorno. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto raccontare la sua vita di poetessa, ma in un modo più gioioso, senza raccontare troppo la vita del manicomio. Mi ha dato subito una sua fotografia, in cui piangeva. Prendeva un momento in cui pensava al manicomio. Mi ha detto: guarda questa foto tutta la notte. Se riesci ad amare questa foto, a entrare nel dolore, potremo fare questo film. Ogni tanto aveva incubi del manicomio. Lo sappiamo dalle cronache. Al di là della Merini, che è venuta fuori perché era un genio, un talento, ci sono tante storie drammatiche di chi ha subito il manicomio. Magari erano geni anche loro.

 

 

07
Nov
09

Alza la testa. Rialzarsi dopo ogni caduta

Voto: 6 (su 10) 

alzaI vincenti non sono quelli che non cadono mai. Ma quelli che dopo ogni caduta sanno rialzarsi. Vale per la boxe, ma è chiaro che vale anche per la vita. È un insegnamento che Mero (Sergio Castellitto), operaio specializzato, trasmette a suo figlio Lorenzo. Mero è stato un pugile di poco conto, e ora sogna per il figlio un futuro in questo spot. Lo allena, e cerca di proteggerlo – lo ribadisce a ogni occasione – dagli urti della vita. Ma di fatto lo relega in un mondo chiuso, non lasciandogli lo spazio per esprimersi. E non riuscirà a proteggerlo per sempre. “Ti devi proteggere, ti devi prendere cura di te”, gli ripete quasi ossessivamente. Alzare la testa significa tenere alta la guardia. E in questo caso la boxe è una perfetta metafora di vita.

È questo lo spunto iniziale di Alza la testa, opera seconda di Alessandro Angelini, dopo l’applaudito esordio con L’aria salata. È un autore interessato ai confronti, Angelini. In primis il rapporto tra padri e figli, che permeava L’aria salata, ed è anche al centro di questo film. Sono storie archetipiche, che potrebbero arrivare da una tragedia greca. Ma in questo film Angelini aggiunge altri confronti. C’è quello con gli stranieri, e poi più in generale quello con i diversi. È interessato all’oggi, alla realtà circostante, Angelini. Dimostra di tenere ai problemi dell’integrazione, uno dei punti nodali della società contemporanea. E il personaggio di Mero, in questo senso, è scritto molto bene. È lo specchio di molti italiani della sua generazione, disposti anche a integrarsi con gli stranieri quando si tratta di colleghi di lavoro, ma non quando si tratta della fidanzata del figlio. Mentre proprio Lorenzo rappresenta la nuova generazione, quella che sembra essere più aperta, avere meno pregiudizi perché cresciuta naturalmente nella società multietnica di oggi.

Discorsi interessanti, rigorosi, necessari. A metà film però la sceneggiatura abbassa la guardia. Dopo un evento tragico, che non vi sveliamo, la storia abbandona quell’affascinante incontro/scontro tra padre e figlio che tanto ci stava affascinando, e che ci sarebbe interessato seguire. E prende altre strade, come la prende uno dei protagonisti, andando nel nordest (Gorizia). La sceneggiatura, coesa, rigorosa, perfetta, nella prima metà, decide di puntare in alto, di raccontare nuove, e troppe, cose. Con delle svolte narrative improvvise e un po’ forzate (ci sono almeno tre colpi di scena) che stridono con il tono asciutto e controllato della prima parte. Per concludersi in maniera quasi irreale, con quello che Castellitto ha definito un “miracolo zavattiniano”.

Forse si rimane spiazzati dal non trovare la storia a cui credevamo di assistere. Ma è un peccato che certe soluzioni tolgano forza al film invece di rinforzarlo. Il cinema di Angelini continua a piacerci, è un cinema che non fa sconti, non ci risparmia nulla, non è mai edulcorato né conciliante. È un cinema che ci mette di fronte a noi stessi, ci fa fare i conti con la vita. Grazie anche alla tecnica molto realistica con cui è girato, ricca di sequenze girate con camera a mano, e a un occhio sempre nel cuore della scena. È un cinema fatto di grandi prove attoriali (Castellitto dopo il Colangeli de L’aria salata). Ed è soprattutto un cinema mai manicheo, che non dà giudizi né messaggi precostituiti, ma fa pensare. In questa prova Angelini mescola i generi: al realismo iniziale, con qualche sfumatura da commedia, si passa al racconto di formazione e poi al dramma. Non è una vera e propria caduta, Alza la testa, ma è una prova non riuscita completamente. Ma nel panorama del cinema italiano Angelini può andare in giro “a testa alta”.

Da vedere perché: il cinema di Angelini continua a piacerci, è un cinema che non fa sconti, non è mai edulcorato né conciliante. Ed è un cinema di grandi attori (qui Castellitto)

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

07
Nov
09

L’uomo che fissa le capre. Fiori nei cannoni? Meglio l’LSD nelle uova…

Voto: 7 (su 10)

caprePensate a una scena di Full Metal Jacket in cui al posto del sergente Hartman di R. Lee Ermey a impartire gli ordini ai marines ci sia Drugo de Il grande Lebowsky. Avrete un’idea di quello che è L’uomo che fissa le capre, presentato a Venezia fuori concorso. Jeff Bridges qui non è Drugo, ma gli somiglia molto. Il suo Bill Django ha la stessa filosofia: è un ex soldato del Vietnam che, dopo aver frequentato i movimenti hippy ha creato il manuale dell’esercito del nuovo mondo. Per cambiare il mondo bisogna cambiare gli eserciti. E l’esercito del nuovo mondo non combatte con le armi, ma con la mente. Come i cavalieri Jedi. Nel film di Grant Heslov l’esperimento risale agli anni Ottanta. Ma il migliore dei soldati, Lyn Cassady (George Clooney) è ancora in giro, e incontra il giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor, che è stato proprio uno Jedi sullo schermo…)

È lo strampalato mondo creato da Grant Heslov, lo sceneggiatore di Good Night, And Good Luck, la seconda prova alla regia di Gerorge Clooney. Heslov confeziona ancora un film con protagonista un giornalista, e ancora un film politico, anche se completamente diverso nei toni. Se nel film ambientato durante il maccartismo la chiave era la libertà di stampa e di espressione, in quest’opera, ambientata durante la guerra in Iraq, è interessato alla libertà dagli eserciti e dalla guerra. Heslov non sceglie lo stile della satira pungente, quanto una sorta di farsa sfrenata e liberatoria, vicina al M.A.S.H. di Altman, ai Fratelli Coen e a Three Kings, in cui sempre Clooney si trovava nella prima guerra all’Iraq. Heslov si conferma però sempre attento alla realtà. Lo dimostrano i personaggi torturati, nelle ormai tragicamente celebri tute arancio di Guantanamo, e i servizi di intelligence e guerra appaltati a società private.

È uno a cui piace spiazzare, Heslov. Riesce a farlo con dei giochi di regia molto semplici, come quando parte da un’inquadratura molto stretta e la allarga per mostrare lo sguardo d’insieme e svelare l’ambiente in cui si svolge l’azione. Fa ridere con accostamenti assurdi, come nel campo/controcampo in cui un concentrato Clooney è alternato a un’altrettanto espressiva capra, mentre cerca di ucciderla guardandola (da qui il titolo). L’uomo che fissa le capre diverte con una comicità nonsense e stralunata, ma avvince come una spy-story.

Come Good Night, And Good Luck era un film simbolo di un’epoca (il maccartismo come l’era Bush), L’uomo che fissa le capre è un’opera che la chiude. L’esercito non violento rappresenta la spallata definitiva all’era Bush e alla sua politica guerrafondaia. Mettere l’LSD nelle uova della colazione dei soldati (per liberare tutti dalla base in Iraq) è come mettere i fiori nei cannoni. L’ultimo sberleffo a Bush e alla guerra in Iraq. La guerra è finita. Ma ora più che mai abbiamo bisogno dei Jedi.

Da vedere perché: Diverte con una comicità stralunata, avvince come una spy-story. E’ l’ultimo sberleffo a Bush

(Pubblicato su Movie Sushi)

03
Nov
09

Nemico pubblico. L’ennesima “sfida” di Michael Mann

Voto: 8 (su 10) 

nemico 1È ancora una volta “la sfida”, come recitava il sottotitolo italiano di Heat, per Michael Mann. E come quasi sempre è accaduto nei suoi film ci sono due “duellanti” pronti a sfidarsi all’ultimo sangue. Johnny Depp e Christian Bale come Al Pacino e Bob De Niro (e forse sono i Pacino e De Niro della loro generazione), come Tom Cruise e Jamie Foxx in Collateral.

Qui Depp e Bale sono rispettivamente John Dillinger, rapinatore di banche la cui fama gli ha procurato la carica di “nemico pubblico numero uno” e Melvin Purvis, l’agente dell’FBI che lo insegue. Siamo negli anni della Grande Depressione, gli anni Trenta. E Nemico pubblico è un ideale prequel di tutte gli altri film di Mann, da Manhunter a Heat – La sfida, da Collateral a Miami Vice. C’è dentro il seme del crimine che arriverà fino ai giorni nostri.

C’è la sfida ossessiva e assoluta tra due uomini. C’è la città grande e tentacolare che avvolge i personaggi. Il confronto tra Dillinger e Purvis inizia subito, a distanza, in montaggio alternato. E i due si incontreranno dopo molto tempo. Tra i due non ci sarà il tavolo di un ristorante come avveniva per Pacino e De Niro, ma le sbarre di una cella. Comunque una barriera, comunque il simbolo di due esistenze da due parti diverse della barricata.

Nemico pubblico è uno strano incontro tra passato e futuro. Mann ricopre la sua immagine di una patina d’antan, con una fotografia seppiata che siamo abituati ad associare a film ambientati in un’epoca lontana.

Ma contemporaneamente gira in digitale ad alta definizione, una materia in cui è maestro: oggi nessuno sa usare come lui questo mezzo.

L’effetto è straniante, antico e modernissimo allo stesso tempo: l’immagine è pura e nitida, definita. E non è quella sgranata a cui siamo abituati ad associare una fotografia con una patina di antico.

È un’immagine che da colorata/desaturata diventa bianco e nero e si sporca per diventare quella dei cinegiornali che raccontano al cinema le gesta di Dillinger.

Nemico pubblico ci racconta anche questo: Dillinger è uno dei primi esempi – forse il primo – di criminale mediatico. Viene citato dai media, la folla accorre copiosa per assistere al suo arresto, la polizia rilascia proclami alla radio e si fa fotografare con la sua preda. Ogni mossa viene resa pubblica. Ed è curioso che, mentre il cinegiornale lo mostra, il pubblico, che si guarda in giro, non riconosca il vero Dillinger che è al cinema. Curioso, ma normale. È la distanza tra il cinema e la realtà.

Tra l’icona, l’immagine che è grande e sta in alto, e l’uomo, piccolo e seduto in basso sulla sua poltrona. Vince sempre la prima. E l’immagine di un uomo famoso è destinata sempre a prevalere sull’uomo stesso.

Ma il cortocircuito mediatico più affascinante, che per un attimo fa entrare Nemico pubblico nel meta cinema, è Dillinger che vede al cinema Clark Gable, in Manhattan Melodrama (Le due strade nel titolo italiano). Il look di Depp/Dillinger, cappello e baffi, è uguale a quello di Gable. Come se i due si trovassero allo specchio Johnny Depp può essere anche Clark Gable. Anzi, forse è Gable che può essere Depp. Così bravo che non si può non parteggiare per lui. Per chi scappa. Alla sua cattura, la città è in festa e noi abbiamo la morte nel cuore.

Da vedere perché: l’ennesima “sfida” di Mann, tra passato e futuro, fotografia d’antan e digitale hd. Dillinger è il primo criminale mediatico e pubblico

(Pubblicato su Movie Sushi)

 

 

03
Nov
09

Arriva nelle sale Capitalism: A Love Story. La scena del crimine

Voto: 8 (su 10)

capitalism defQuesto film contiene scene sconsigliate ai malati di cuore. Un giovanotto preso da qualche tv degli anni Sessanta ci avverte nella prima scena di Capitalism: A Love Story, il nuovo film di Michael Moore, presentato a Venezia in concorso. Subito dopo scorrono immagini di varie rapine. Ma le immagini forti non sono queste: sono quelle che mostrano tutte le persone che in seguito alla crisi sono costrette con la forza ad abbandonare le proprie case. Soli, sulla strada, senza più risorse. E senza un futuro. È Capitalism: A Love Story il vero film catastrofico della Mostra di Venezia, perché se The Road lavora sull’ipotetico e il metaforico, il film di Moore lavora sul reale. La catastrofe è già qui. E quello di Moore ancora una volta è il racconto di un’epoca.

Ma non si tratta di una fatalità. È una truffa studiata ad arte. È il Capitalismo, bellezza. Un sistema di prendere e dare. Prendere, soprattutto. Ognuno approfitta della sfortuna di qualcun altro. Homo homini lupus, come in The Road. Per raccontarci la crisi, Moore parte da lontano, dal boom economico del dopoguerra, quando l’industria americana volava dopo aver distrutto quella giapponese e quella tedesca, all’avvento di Ronald Reagan, il più grande portavoce delle aziende mai visto sulla scena politica. Con lui il paese diventa un’impresa, i ricchi si vedono diminuite le tasse e la gente viene incoraggiata a prendere denaro in prestito. Fino all’arrivo di Alan Greenspan, colui che convince gli americani ad attingere i soldi dalla propria casa, impegnandola per avere i prestiti. Basta distruggere ogni regolamentazione sui mutui ed ecco la frode perfetta orchestrata per far perdere la casa alla gente.

È riduttivo chiamare documentari i film di Michael Moore. Si tratta ormai di un genere a sé, che potremmo chiamare MMM, Michael Moore Movie. Un mix perfetto di satira e denuncia, con una lucidità di analisi rara. Diffidate dalle imitazioni: c’è stato chi ha provato a essere divertente come lui (Morgan Spurlock, Larry Charles), ma si è scordato l’obiettivo principale: quello di informare. Moore lo fa sempre benissimo. Così scopriamo di 6500 giovani condannati per le connivenze tra un giudice e i riformatori privati, dove più resti rinchiuso più frutti. O che molte aziende stipulano polizze vita sui loro dipendenti, per guadagnare anche sulla loro morte.  

Moore ancora una volta mette in scena un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui. Il Robin Hood con cappello da baseball affila sempre più le armi del montaggio e del doppiaggio. Dalle immagini di un documentario sull’antica Roma usate in analogia alla caduta di un altro impero, agli inserti che ridicolizzano ogni apparizione di quello che è ormai il suo feticcio, George W. Bush (sono al terzo film insieme…). Per arrivare agli inserti del Gesù di Nazareth di Zeffirelli doppiati in modo che Gesù/Robert Powell elargisca insegnamenti pro capitalismo (Il denaro è il male, guai a voi ricchi, si legge invece nel Vangelo secondo Luca).

A proposito di attori protagonisti. A fine film entra in scena l’eroe: Barack Obama. Colui che sarà chiamato a raccogliere una delle sfide di Moore, quella riforma sanitaria invocata in Sicko. Come in ogni grande storia, l’arrivo dell’eroe cambia le cose. E comincia ad apparire qualche segnale positivo. Sarà curioso vedere come diventerà il cinema di Moore ora che il suo nemico giurato, Bush, è ormai sconfitto. Per ora ci piace rivederlo caricare a testa bassa seguito dalla camera a mano andando a sbattere contro le security mentre tenta di andare a parlare con qualcuno. Seguirlo ci dà quella sensazione di “arrivano i nostri” che ci dà coraggio. È fazioso, ma ci piace esserlo con lui. E siamo tutti con lui nella scena finale, quando circonda Wall Street e le banche con il tipico nastro giallo della polizia. Sopra c’è scritto: scena del crimine.

Da vedere perché: è il film di un’epoca. Un’umana commedia dove si ride e si piange. E si combatte il nemico facendosi beffe di lui.

 

 

02
Nov
09

Il nastro bianco. Il terreno fertile per i semi del Male

Voto: 8 (su 10)

nastroChe cos’è il nastro bianco? È un segnale, un simbolo, un monito di innocenza e purezza. Viene applicato ai bambini quando rompono le regole, quando peccano, per ricordare loro di tornare sulla retta via. È un nastro bianco, ma è come una lettera scarlatta. Siamo nel 1913/14, in un villaggio protestante della Germania del Nord, alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Nella comunità, dedita all’agricoltura e all’osservanza di rigide regole morali e religiose, cominciano ad accadere strani avvenimenti. Il medico cade da cavallo dopo che una fune è stata tesa appositamente. L’uccellino del pastore viene trovato trafitto da delle forbici. Il figlio del barone viene trovato ferito. E poi capita anche a un bambino handicappato. È una serie di “funny games”, di giochi per nulla divertenti. Parliamo di giochi perché dietro potrebbero esserci i bambini del paese…

E parliamo di “funny games” perché Il nastro bianco è l’ultimo film di Michael Haneke, l’autore austriaco che in questi anni, da Funny Games a La pianista a Niente da nascondere, ci ha abituato a ogni tipo di sadismo. Che qui va indietro nel tempo e scava nel profondo, per raccontarci le radici di quel male e i semi di quella cattiveria che ci ha mostrato così spesso nelle sue opere. Dietro la facciata puritana della comunità protestante c’è una crudeltà profonda, che appare lontanissima dal messaggio di Cristo di eguaglianza e solidarietà. “Ne ho abbastanza di un ambiente dominato dalla malignità, dall’invidia, dalla stupidità, dalla brutalità, da violenze, minacce, da perverse vendette” sentiamo dire a un personaggio del film. È una donna, una categoria che nel villaggio in questione è trattata nella maniera peggiore. Quello di Haneke è un racconto morale importantissimo. Perché spiega come e quando è nata e cresciuta la Germania più cattiva, quali sono state le idee e i comportamenti che hanno costituito il terreno fertile nel quale sono stati seminati i semi del Male, cioè del Nazismo. I bambini crudeli di oggi, cresciuti a pane e castigo, saranno i Nazisti di domani, creature ai quali un sistema fatto di ordini, obbedienze e punizioni sembrerà la prosecuzione naturale della loro vita.

È un film rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante, Il nastro bianco. Una storia in cui la violenza è quasi sempre fuori campo, mai mostrata come in altre opere di Haneke. È una violenza soprattutto psicologica, che nella confezione raggelata che il bianco e nero di Haneke contribuisce a creare risalta ancora di più. È un bianco e nero di altri tempi (sembra di essere un film di Dreyer, o di Bergman), un bianco e nero classico, con i contrasti poco accentuati, ma con infinite sfumature di grigio. Quasi a voler affermare con forza la volontà di avvicinarsi al cinema d’un tempo, un cinema dal forte afflato morale e spirituale. Haneke gira con maestria, alternando inquadrature fisse del paesaggio, che sembrano quadri, a sequenze in cui la macchina da presa è mobilissima, come nella sequenza del valzer, in cui (come in Eyes Wide Shut di Kubrick) si muove insieme e intorno ai due danzatori, quasi a raccontare la leggerezza dell’unico momento spensierato di una storia opprimente, che si apre e si chiude con una lunghissima dissolvenza da e al nero.

È curioso che proprio quest’anno, e proprio partendo dal Festival di Cannes, due autori come Haneke e Tarantino (Bastardi senza gloria), che hanno fatto della violenza uno dei punti salienti della loro poetica, rappresentandola in maniere estetica, o intellettuale, si siano confrontati con una violenza “storica”, effettiva, come quella della Germania pre-nazista e nazista. Con due opere tra loro agli antipodi (classica contro pop, bianco e nero contro colore, controllo contro passionalità), la loro riflessione sul Male e la violenza, incontrando la realtà, è assunta a livelli ancora più alti. Come spesso accade quando l’Arte incontra la vita.

Da vedere perchè: E’ un grande film, rigoroso, incredibilmente sobrio ed estremamente cupo e inquietante

 

 

02
Nov
09

Ciao Alda

alda

 

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,

il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola

come una trappola da sacrificio,

è quindi venuto il momento di cantare

una esequie al passato.

 (Alda Merini, da “La Terra Santa”)

È morta Alda Merini. Per lei è questo pensiero, per la forza della sua vita. E per noi, che possiamo non perderla mai.

Ciao “poeta che grida e che gioca con le sue grida”.

 

 

 

 

22
Ott
09

Festival di Roma. Oggi sposi. Quattro matrimoni e un tribunale…

Voto: 7 (su 10) 

oggi sposi 2Quattro matrimoni senza alcun funerale. È il nuovo film di Luca Lucini, Oggi sposi, presentato al Festival di Roma fuori concorso. Non tutti i quattro matrimoni, sullo schermo, riescono. È un matrimonio piuttosto riuscito invece il film di Lucini. Nel senso che sposa due filoni della commedia italiana che finora erano rimasti su due binari diversi: il cinema più popolare degli incassi garantiti di Fausto Brizzi e Marco Martani (autori sia dei cinepanettoni di Neri Parenti che delle Notti prima degli esami) e la commedia più sofisticata e legata alla realtà di Fabio Bonifacci (Lezioni di cioccolato, Diverso da chi?, ma soprattutto Si può fare). Il risultato è quello che potremmo definire la terza via della commedia: né cinepanettone, né commedia sentimentale, ma commedia pura, con un occhio al passato e uno al presente.

C’è tanta Italia di oggi nelle vicende del film. Ci sono Nicola (Luca Argentero) e Alopa (Moran Atias): lui poliziotto pugliese, lei figlia dell’ambasciatore indiano, che vuole sposarsi con rito Indù. Solo che la famiglia di lui pensa che gli stranieri siano tutti in cerca di permesso di soggiorno, e pensa che gli indiani siano quelli dei western (“sono stato sempre dalla parte degli indiani: il generale Custer era uno stronzo” afferma un Michele Placido in forma strepitosa). Ci sono Salvatore (Dario Bandiera) e Chiara (Isabella Ragonese), due precari con bimbo in arrivo che per organizzare un matrimonio a costo zero si imbucano con 72 invitati al matrimonio dell’anno: quello della platinatissima starlette Sabrina Monti (Gabriella Pession) e del furbetto del quartierino Attilio Panecci (Francesco Montanari), che si sposano al castello di Bracciano come Tom Cruise. Al matrimonio arriverà anche l’integerrimo pm Fabio Di Caio (Filippo Nigro), che indaga sui traffici di Panecci. Però ha altri problemi: il padre (Renato Pozzetto) sta per sposarsi con la giovane Giada (Carolina Crescentini)…

Ci sono tutte le italiette di oggi nel film di Lucini. C’è l’Italia dell’integrazione e dello scontro di civiltà, quella che stenta a creare un menù dove il pollo Tandoori viene dopo le orecchiette con le cime di rapa, e alle danze indiane si mescolano la pizzica e la taranta. C’è l’Italia precaria, quella di tanti eroi quotidiani dell’arte dell’arrangiarsi. C’è l’Italia mediatica delle veline e delle proposte di matrimonio veicolate via rotocalco, e del fatidico “sì” ripetuto cinque volte come un ciak televisivo. E c’è, nell’ultimo episodio, l’Italia dei magistrati e quella dei “Papi” che frequentano le ragazzine.

C’è anche l’Italia di ieri. Perché il film di Luca Lucini è qualcosa di molto diverso da quello che siamo abituati a vedere al cinema. È una commedia sopra le righe, grottesca, che si rifà alla Commedia all’Italiana degli anni Sessanta, quella de I mostri e dei Brutti, sporchi e cattivi. Di quei personaggi caratterizzati anche fisicamente, caricaturali (il parrucchino di Filippo Nigro, i capelli biondo platino della Pession come i dentoni di Sordi), ma umani. La ricetta del film è fatta di una scrittura briosa, dell’uso non banale dei dialetti, di tempi comici spesso perfetti, di un uso comico della musica, ma soprattutto di un gran lavoro di casting: come in ogni lavoro di Lucini, specialista e meticoloso nella scelta degli attori, il cast è eccellente, e colpisce l’utilizzo di grandi interpreti (Placido, Pozzetto, Pannofino) anche nei ruoli minori. Trattandosi di quattro storie, non tutto può essere a fuoco, ci sono episodi più riusciti di altri, e qualche momento di stanca. Potrebbe andare ancora più in là, il cinema di Lucini, portando il pubblico verso una commedia ancora più adulta e internazionale. Perché in Oggi sposi c’è anche molta commedia americana, dalla comicità slapstick fino alla commedia americana degli equivoci, erede della screwball comedy. C’è tanto, forse anche troppo in questo film. È una formula da perfezionare, ma possiamo parlare di un matrimonio riuscito.

Da vedere perché: è la terza via della commedia italiana, né cinepanettone né commedia sentimentale, ma commedia pura. Si ride: è un matrimonio ben riuscito.

(Pubblicato su Movie Sushi)

 












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